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Ho seguito tutti gli episodi non-filler dell'anime, e mi è piaciuto abbastanza. Sa un (bel) po' di già visto, eh, ma tutto sommato lo trovo carino, e le battaglie sono spettacolose ed i pg carismatici. Ho pure comprato quella ciofeca di gioco per gc <.<.
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FIGATA ASSURDA :O L'idea dei rompicapo mi piace tantissimo :O. E poi adoro i tuoi disegni :chirol_lovely: . Giocherei anche solo per quelli.
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Avevo linkato tempo fa il video ad un amico, e lo stesso tizio, ieri sera, mi ha passato il link che vedete al primo post ^^;.
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http://www.box.net/public/yp6t8uvu0u Solo un commento: XDDDDDDDDDDDDDDDDDDD
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Grazie! :chirol_iei2: *me cerca batou su wikipedia* *me molto ignorante xD*
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CAPITOLO V La Mia Amata (PARTE SECONDA) Una volta giunto al piano inferiore, distinse senza troppa fatica le innumerevoli fila di scaffali ordinati, ingombrate fino all’inverosimile. I neon del soffitto si accesero a turno, con il loro caratteristico suono. Dovette alzare un braccio, per schermarsi gli occhi dalla luce improvvisa. Sentì una voce, lontana ed irriconoscibile, dire: “Cos’è tutto questo trambusto?” Allora, chiamò: “Lilah?” Solo l’eco rispose alle sue parole. Mosse alcuni lenti passi nel magazzino. L’ascensore, prima bloccato, alzò le protezioni e si mosse, lentamente e rumorosamente, fino al piano superiore. Douglas lo guardò salire, senza mutare espressione, quindi riprese l’esplorazione. Mentre stava per aggirare uno scaffale, una figura umanoide lo sorprese, sbucandogli di fronte all’improvviso. Balzò istintivamente all’indietro. Riconobbe nei logori abiti dell’uomo l’aspetto di uno scienziato, dal lungo camice bianco, la camicia blu ed i pantaloni e le scarpe neri, dai lunghi capelli bianchi e la barba incolta. Reggeva su un bastone il peso dell’età, ed il suo sorriso aveva un che di disturbante. Lo scienziato si inarcò in avanti. “Lilah? Hai detto Lilah?!” Urlò. L’altro lo fissò, a metà fra lo stupito ed il minaccioso. Non rispose. “Lilah è qui?!” Lo scienziato mosse uno zoppo passo in avanti. Gesticolava nervosamente, mentre la sua voce stridula diceva: “Allora non posso tardare!! Dimmi, intruso, dov’è…” Douglas lo interruppe: “Chi sei? Cosa sai sul progetto V?!” Il vecchio inarcò un sopracciglio. “Oh. Noto solo ora i tuoi capelli. E la tua arma. Ma non posso tardare…la mia amata mi aspetta. Perdona la mia scortesia…troppo a lungo ho atteso…” Con il bastone, fece cadere una grossa scatola metallica dallo scaffale. Toccando terra, e con un baccano immane, questa si spalancò. Douglas fissò la scatola, e l’essere che ne uscì ringhiando, rapido come un fulmine. Lo identificò come un grosso cane, simile ad un dobermann, dal pelo completamente rosso. Un rosso che conosceva bene…gli occhi dell’animale erano spenti, e sbavava, ringhiandogli contro, pronto ad attaccare. Cercò con lo sguardo lo scienziato. Era sparito. Il cane partì all’attacco saltando alla gola…lo scansò per un pelo. Sentì il nauseante fiato della bestia sul suo collo… Si voltò, assecondando il cane, e gli sparò. L’animale schivò il proiettile saltando di lato, mostrando agilità e ferocia senza paragoni. L’eco dell’esplosione svegliò gli altri animali ingabbiati, che iniziarono ad abbaiare la loro sete. Douglas non si fece impensierire, e sparò ancora. Il cane evitò anche il secondo proiettile, correndo dietro lo scaffale. L’uomo lo seguì, ma lo perse di vista quasi subito. Tenendo alta la pistola, avanzò piano, guardandosi intorno. Fu inutile. La bestia saltò fuori da dietro le scatole, azzannandolo al braccio sinistro. L’uomo agitò prima il braccio, cercando di staccarlo, quindi appoggiò la canna della pistola al torace del cane, e sparò. L’animale lasciò la presa guaendo, e corse via rapido. Gli sparò una, due, tre volte, ma il dolore lo deconcentrò, sbagliò mira. Vide il suo nemico sparire ancora fra gli scaffali. Sbuffò di rabbia, prima di inseguirlo. Il formicolio al braccio lo avvertì della rigenerazione in corso. Si tuffò su di un fianco, tra uno scaffale e l’altro, evitando le zanne del cane, e sparandogli ancora. Lo colpì ad una zampa, entrambi finirono a terra, ma la bestia non si rialzò. Douglas lo raggiunse lentamente, deciso a finirlo con un ultimo colpo, alla testa. Poggiò la canna della pistola sulla nuca della belva… Click. Solo sei colpi, in quel modello di revolver.
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Non c'è giusto o sbagliato...per "protagonisti" intendo tutto il gruppo degli "eroi" ;).
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CAPITOLO V La Mia Amata Giunsero infine al laboratorio. La notte era ormai inesorabilmente scesa, e le stelle e la luna brillavano attraverso gli squarci tra le nubi. Si trovarono in una vasta ed abbandonata zona industriale in rovina, tetra e desolata, fiore all’occhiello del mondo devastato che le dava casa… Parcheggiarono fuori della recinzione metallica di uno dei capannoni più integri. “Eccoci qua” Disse Douglas spegnendo il motore. “Stando agli appunti, è questo il posto.” Entrambi scesero dall’auto. Douglas mosse i primi passi verso la rete, Lilah rimase indietro, titubante. “Che c’è? Aspettavi il tappeto rosso?” “…Aspettavo un flashback…evidentemente, però, non è qui che…” “Già, l’avevo notato. Forse, però, le parole di chi abita questo luogo sapranno rinfrescarci la memoria.” Lilah abbassò la testa ghignando. Douglas non volle sapere cosa le avesse sfiorato i pensieri…iniziò a scalare la recinzione. La ragazza lo seguì e, in poco tempo, furono nel cortile. Douglas infilò una mano sotto il giubbotto, estraendone un revolver argentato. Anche Lilah estrasse le sue armi. Iniziarono una lenta e circospetta pattuglia del perimetro del grosso capannone. Trovarono una sola, grande, entrata sfondata, sul lato frontale del capannone. Metà dell’imponente portone giaceva su di un fianco, poggiato all’enorme stipite. Entrarono con cautela nel nuovo e buio ambiente. Distinsero il relitto di un Tir, e lo superarono, trovandosi poi in una zona piena di fitti ed oscuri macchinari che ostacolavano il passo, già intralciato da molteplici attrezzi impolverati abbandonati sul terreno. Lilah prese il comando. Si destreggiò fra gli alti macchinari e preoccupanti quantità di polvere e ragnatele, fino ad uno spiazzo. Tentando di capire la forma dell’ambiente, mosse un disorientato passo in avanti. Un sonoro “Crack” ruppe il silenzio del luogo, assieme alle assi marce che riparavano quel particolare punto del pavimento. Lasciandosi scappare un urlo, Lilah precipitò nelle fondamenta. Douglas si affacciò attraverso lo squarcio, cercando con gli occhi la figura amica. “Lilah! Lilah! Stai bene?!” Non udì risposta. “Dannazione!” Pensò, rialzandosi. “E adesso?” Si guardò intorno.Ripose il revolver nel fodero sotto il giubbotto, e saltò, aggrappandosi ad uno dei macchinari, e scalandolo fino a salirci sopra. Da lì, cercò di capire la forma del luogo, ora che i suoi occhi si stavano abituando al buio. L’entrata era alle sue spalle, a sinistra. Subito di fronte si trovava il relitto del tir, quindi la zona di carico/scarico. Alla sua destra file e file di macchinari erano disposte ordinatamente, fino alle scale metalliche in salita che portavano agli uffici. Guardò meglio oltre il caos che era la zona di carico e scarico. Vide quello che sembrava un montacarichi scoperto a salita diagonale. Un magazzino sotterraneo? Senza batter ciglio saltò di macchinario in macchinario finché poté, per evitare di finire come Lilah, e raggiunse senza problemi l’ascensore, che era bloccato al piano inferiore. Douglas saltò il corrimano protettivo, atterrando sul percorso metallico, e scivolando fino al sotterraneo. Una volta giunto al piano inferiore, distinse senza troppa fatica le innumerevoli fila di scaffali ordinati, ingombrate fino all’inverosimile. I neon del soffitto si accesero a turno, con il loro caratteristico suono. Dovette alzare un braccio, per schermarsi gli occhi dalla luce improvvisa. Sentì una voce, lontana ed irriconoscibile, dire: “Cos’è tutto questo trambusto?” Allora, chiamò: “Lilah?” Solo l’eco rispose alle sue parole. Mosse alcuni lenti passi nel magazzino. L’ascensore, prima bloccato, alzò le protezioni e si mosse, lentamente e rumorosamente, fino al piano superiore. Douglas lo guardò salire, senza mutare espressione, quindi riprese l’esplorazione. Mentre stava per aggirare uno scaffale, una figura umanoide lo sorprese, sbucandogli di fronte all’improvviso. Balzò istintivamente all’indietro. Riconobbe nei logori abiti dell’uomo l’aspetto di uno scienziato, dal lungo camice bianco, la camicia blu ed i pantaloni e le scarpe neri, dai lunghi capelli bianchi e la barba incolta. Reggeva su un bastone il peso dell’età, ed il suo sorriso aveva un che di disturbante. Lo scienziato si inarcò in avanti. “Lilah? Hai detto Lilah?!” Urlò. L’altro lo fissò, a metà fra lo stupito ed il minaccioso. Non rispose. “Lilah è qui?!” Lo scienziato mosse uno zoppo passo in avanti. Gesticolava nervosamente, mentre la sua voce stridula diceva: “Allora non posso tardare!! Dimmi, intruso, dov’è…” Douglas lo interruppe: “Chi sei? Cosa sai sul progetto V?!” Il vecchio inarcò un sopracciglio. “Oh. Noto solo ora i tuoi capelli. E la tua arma. Ma non posso tardare…la mia amata mi aspetta. Perdona la mia scortesia…troppo a lungo ho atteso…” Con il bastone, fece cadere una grossa scatola metallica dallo scaffale. Toccando terra, e con un baccano immane, questa si spalancò. Douglas fissò la scatola, e l’essere che ne uscì ringhiando, rapido come un fulmine. Lo identificò come un grosso cane, simile ad un dobermann, dal pelo completamente rosso. Un rosso che conosceva bene…gli occhi dell’animale erano spenti, e sbavava, ringhiandogli contro, pronto ad attaccare. Cercò con lo sguardo lo scienziato. Era sparito. Il cane partì all’attacco saltando alla gola…lo scansò per un pelo. Sentì il nauseante fiato della bestia sul suo collo… Si voltò, assecondando il cane, e gli sparò. L’animale schivò il proiettile saltando di lato, mostrando agilità e ferocia senza paragoni. L’eco dell’esplosione svegliò gli altri animali ingabbiati, che iniziarono ad abbaiare la loro sete. Douglas non si fece impensierire, e sparò ancora. Il cane evitò anche il secondo proiettile, correndo dietro lo scaffale. L’uomo lo seguì, ma lo perse di vista quasi subito. Tenendo alta la pistola, avanzò piano, guardandosi intorno. Fu inutile. La bestia saltò fuori da dietro le scatole, azzannandolo al braccio sinistro. L’uomo agitò prima il braccio, cercando di staccarlo, quindi appoggiò la canna della pistola al torace del cane, e sparò. L’animale lasciò la presa guaendo, e corse via rapido. Gli sparò una, due, tre volte, ma il dolore lo deconcentrò, sbagliò mira. Vide il suo nemico sparire ancora fra gli scaffali. Sbuffò di rabbia, prima di inseguirlo. Il formicolio al braccio lo avvertì della rigenerazione in corso. Si tuffò su di un fianco, tra uno scaffale e l’altro, evitando le zanne del cane, e sparandogli ancora. Lo colpì ad una zampa, entrambi finirono a terra, ma la bestia non si rialzò. Douglas lo raggiunse lentamente, deciso a finirlo con un ultimo colpo, alla testa. Poggiò la canna della pistola sulla nuca della belva… Click. Solo sei colpi, in quel modello di revolver. EDIT: aggiunta la seconda parte, per mantenere ordinato l'indice.
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Ho notato che è simile alla lezione che ho preparato...l'ho postata, ora, così da scongiurare eventuali ipotesi di copiatura...
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Titolo abbastanza esplicativo, direi. Storyboarding___Caratterizzare_i_Personaggi.doc
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Sì vabè non fregarmi il lavoro però xD.
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Scusate, stamattina non ho fatto in tempo a postare il 4° capitolo. CAPITOLO IV Blood and Gasoline Lilah si risvegliò nel caldo abbraccio di un familiare letto. Attraverso l’atmosfera soffusa della stanza, scorgeva, poco distante, la sagoma di un uomo amato, seduto su di una sedia di legno. Lentamente, la ragazza si mosse, uscendo dalle coperte fino a sedersi, stropicciandosi gli occhi. I suoi lunghi capelli neri si appoggiarono dolcemente sulle spalle. Li guardò per un po’, quasi stupita, quindi si alzò, stiracchiandosi. Mosse i primi passi scalzi verso la figura amata, mentre il leggero e lungo vestito bianco che indossava contribuiva all’atmosfera soffusa del luogo…giunse infine vicino all’uomo. Questi, vedendola, si alzò in piedi. Lilah si specchiò nei suoi occhi, punti castani in un viso rude ma gentile, contornato da corti capelli neri, e mosse la mano per accarezzargli una guancia. Orrore! Prima ancora che riuscisse a toccarlo, un violento mal di testa la scosse, i suoi capelli caddero, per lasciar spazio ad una nuova chioma, del colore del sangue. Un coltello le comparve in mano, il suo braccio, movendosi da solo, colpì ripetutamente l’uomo che le era di fronte. Per quanto volesse opporsi, non poteva nulla contro la forza del demone che stava massacrando il suo unico amore. Con le sue stesse mani. Cercò di fermarsi, cercò di urlare, cercò di scusarsi. Fu tutto inutile. Anche quando la sua vittima divenne un freddo cadavere, non riuscì a scusarsi. Buttando la testa all’indietro, esplose in una risata tanto folle quanto atroce, mentre uomini armati entravano sfondando la porta della stanza… “Perdonami!” Urlò Lilah, svegliandosi di soprassalto in un letto freddo, in una stanza buia. Si guardò intorno, era sola, e la stanza era ridotta maluccio. Mobili rotti e svuotati riempivano quattro mura foderate di carta da parati lacera e di pessimo gusto. Anche l’odore non era dei migliori. L’unica finestra era chiusa ed oscurata da tapparelle. Il suo cappotto era appoggiato su di una sedia, vicino alla porta aperta. “Oh, non fa niente” Echeggiò Douglas dalle stanze adiacenti. “Come hai detto tu, ‘ci vuole ben altro, per ammazzarmi’” Pochi secondi dopo, l’uomo entrò nella stanza, portando con sé un bicchiere pieno di liquido rosso. Lo appoggiò su di ciò che un tempo era un comodino, dicendo: “Bevi. Non voglio commettere ancora lo stesso errore…avrei dovuto pensarci…” “Di cosa parli?” “Non te lo ricordi? Non bevevi da tempo, e la fucilata presa in pieno non ti ha certo aiutato…l’istinto di sopravvivenza ha facilitato il compito della tua seconda personalità…” Lilah fece cadere la testa fra le mani. “Sì…sì ora ricordo…perdonami, io…” Douglas sorrise. “Te l’ho già detto, non fa niente. Ci vuole ben altro, per ammazzarmi.” Lilah rialzò la testa. “Beh, ora devo sbrigare un affare…se vuoi cambiarti, ci sono degli abiti nella stanza…sempre che non ti facciano schifo, certo. Quando vuoi, mi trovi nella rimessa. È giusto in fondo alle scale, non puoi sbagliare.” Non udì risposta, mentre usciva dalla stanza e dall’appartamento. Lilah aspettò ancora un po’ prima di rialzarsi. Camminò fino alla finestra ed alzò le tapparelle. Aveva dormito a lungo…era quasi pomeriggio, anche se una spessa coltre di nubi ostacolava il passaggio del sole, impedendogli di illuminare le rovine di Absalom. La luce bastò lo stesso a farle notare la gravità dello squarcio nella sua maglietta. Decise di frugare un po’ in giro, prima di raggiungere Douglas. Pochi minuti dopo, entrambi erano nella buia ed impolverata rimessa. Douglas era indaffarato con il relitto di qualcosa di vagamente simile ad una moto da strada. “Oh, sei arrivata.” Disse, spuntando da dietro la moto. Tese in avanti una mano sporca di grasso: “Mi passeresti quella chiave sul tavolo?” Lilah camminò lentamente fino al tavolo, facendo attenzione a non calpestare le cianfrusaglie sparse sul pavimento. Prese la chiave inglese, e la lanciò a Douglas, che la prese al volo e si rimise subito al lavoro. “Grazie.” Le disse. Non sentì risposta. Lilah esplorò l’area con lo sguardo. Era buio, sporco, disordinato. Ci si stava abituando, ormai. Tornò presto a guardare Douglas, e gli chiese “Allora, hai scoperto come si procurava il sangue finto?” Senza smettere di lavorare, l’uomo rispose “Sì. La prendeva da un qualche scienziato eremita, che abita da solo in un laboratorio abbastanza distante da qui.” Dopo alcuni momenti di silenzio, la ragazza tornò a parlare. Teneva le braccia conserte, il suo tono di voce era basso. “Hai finito di giocare al meccanico?” “Forse.” Douglas emerse dal relitto della moto. Le maniche della maglietta nera erano arrotolate fino ai gomiti, e dai gomiti in poi le braccia erano nere di grasso. Col dorso della mano si asciugò la fronte, girò la chiavetta infilata nel cruscotto della moto, vi salì, e diede gas. Il rombo possente del motore lo rassicurò. Urlò: “Sì!!” Il seguente botto ed il fumo nero fecero l’opposto. Mormorò: “…o forse no.” Un’ora abbondante dopo, la serranda della rimessa si aprì. Douglas e Lilah ne uscirono, in due sulla moto, con l’uomo alla guida. Quest’ultimo teneva, sotto il giubbotto di pelle rubato, i fogli contenenti mappe ed informazioni su come raggiungere il laboratorio del sangue finto. Ai lati della carrozzeria un tempo fiammante, al pari della ruota posteriore, due taniche di carburante erano assicurate ad un portapacchi. Senza chiudere la saracinesca, capelli al vento, iniziarono a sfrecciare per le strade di Absalom. (colonna sonora: Virgin Steele – Blood and Gasoline) A pochi metri dalla partenza, i due notarono un ragazzo in piedi sul marciapiede, al fianco di un uomo in divisa, che li indicava gesticolando. Solo dopo alcuni isolati di corsa ebbero la certezza di essere inseguiti da tre automobili. “Te l’avevo detto di non farti notare!” Urlò Douglas “Hai detto qualcosa? Ho il vento nelle orecchie!” Rispose Lilah. “No, nulla.” Fece lui, accelerando rassegnato. Volavano al centro della larga e vuota strada, malandata e piena di buche, che sfrecciava dietro di loro assieme alle rovine dei palazzi. Gli inseguitori si fecero subito avanti, affiancando la moto dal lato sinistro. L’autista ed il passeggero dell’auto fecero gesto di fermarsi. Douglas si affrettò ad urlare: “Non…” Lilah sparò ad una delle ruote dell’auto, che sbandò, finendo fuori strada contro un muro. “…sparare.” Finì Douglas. “Beh, almeno non li hai uccisi.” Continuò. “Non preoccuparti, posso ancora…tenerla a bada.” “Fa piacere sentirlo.” Un’altra delle auto si avvicinò per tamponarli, mentre l’ultima cercava di affiancarli e stringerli da destra. L’autista di destra aprì il finestrino. Tenendo il volante con una mano, iniziò a sparare con una semiautomatica in direzione dei motociclisti, che immediatamente si abbassarono. Uno dei tanti proiettili sfiorò i capelli di Lilah. Era tempo per il contrattacco. La ragazza iniziò ad arrampicarsi sulla moto, stette in piedi, per pochi istanti, sulla sella, prima di eseguire un salto mortale all’indietro fin sul tetto dell’auto che li seguiva. Lì si aggrappò al parabrezza con entrambe le mani. Sentì degli spari e vide aprirsi dei fori di pallottole, pericolosamente vicini al suo braccio. Senza perdere tempo, si girò in modo da poter sfondare con il calcio della pistola il finestrino dell’autista. Sparò alcuni colpi all’interno dell’auto, ferendo il guidatore al braccio ed il passeggero al torace. Allungò quindi la mano libera verso il volante, sterzando a destra. Douglas, che stava evitando a fatica i proiettili dell’altro autista, vide la manovra di Lilah nello specchietto, e rallentò muovendosi a sinistra. Il conducente che lo bersagliava cercò di approfittare del vantaggio e di tagliargli la strada, sterzando bruscamente e fermandosi. Lilah lasciò la presa. Le due auto si schiantarono violentemente, Douglas evitò abilmente l’impatto e si fermò derapando. Tornò in fretta indietro a raccogliere la ragazza. La aiutò a salire, e si sbrigò a ripartire, verso l’uscita dalla città. Dopo aver sfondato il posto di blocco, raggiunsero l’auto abbandonata. Lì lasciarono la moto, caricarono le taniche, e partirono… La conclusione è un po' affrettata, lo so, il capitolo era già titanicamente lungo...magari un giorno l'aggiusterò xD.
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Grazie per i complimenti ^^. Hai centrato esattamente tutto ciò che penso.
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Storyboarder. Programmatore ad eventi se ho TANTO tempo da perdere.
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Grazie. Più che altro, la morale è "Mai fidarsi di un vampiro psicopatico assetato" :chirol_bak2:.
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CAPITOLO III Vai da Qualche Parte? L’immagine dell’uomo avvolto in un pesante cappotto, con in testa un cappello imbottito, non passava certo inosservata, per le gelide e solitarie vie di Absalom. Sentì una voce chiamarlo, dalle profondità di un buio vicolo. “Ehi, tu! Psst…avvicinati…” L’uomo si guardò intorno. Sì, la voce era decisamente rivolta a lui. “Io?” Rispose “Sì, sì…ti interessa, un po’ di trance rossa?” “Beh, ecco…dipende…” Disse l’uomo, movendo i primi passi nel vicolo. “Quanto costerebbe?” Continuò. “Che hai da offrire?” Replicò lo spacciatore, un uomo magro e calvo nascosto nell’ombra. Una terza voce, femminile ed arrogante, echeggiò: “Che ne dici, di un po’ di piombo fuso?!” Lilah sbucò dal nulla alle spalle dello spacciatore, puntandogli la pistola alla nuca. Douglas si tolse il cappello con la mano sinistra. Lo spacciatore non sembrò molto impensierito dai due. Rapido come un cobra, si abbassò e corse via alle spalle di Lilah, che inutilmente tentò di afferrarlo per il cappotto. Dopo pochi passi si voltò, e sparò con un fucile a canne mozze, sfoderato da una tasca interna dell’impermeabile. Lilah evitò il colpo gettandosi a terra, ma Douglas fu colto di sorpresa, e colpito al torace ed al braccio destro. Si accasciò a terra, morente, in una pozza di sangue. Lilah digrignò i denti, e cercò di sparare alle gambe dello spacciatore. Lo mancò di poco, mentre questo spiccava un balzo per raggiungere l’ultimo tratto di una scala antincendio. Si arrampicò rapidamente lungo i pioli, ed iniziò a salire, correndo, le scale metalliche. Accorgendosi di Lilah, che lo seguiva non più distante di una rampa, le sparò attraverso la rete di metallo. La ragazza si abbassò, i pallettoni del fucile la mancarono di poco, esplodendo in un tripudio di scintille, e facendo vibrare tutta la costruzione. Non rispose al fuoco, ma continuò a salire, inseguendo l’uomo quando questi entrò in una finestra sfondata. Dietro la finestra, si celava un antico appartamento, disabitato da anni. La polvere rendeva l’aria irrespirabile. Lilah si guardò in torno. Alla sua destra, vedeva un materasso sudicio, piegato ed appoggiato sulla rete metallica di un letto. Di fronte, un corridoio che continuava fino all’uscita, occupato da un tavolo di legno appoggiato su un fianco. Alla sua sinistra, l’arco di una porta scardinata conduceva a ciò che restava di un bagno. Non un attimo troppo presto, capì lo scopo del tavolo. Si tuffò nella stanza a sinistra, mentre lo spacciatore sbucava dal rifugio sparando. Ripresasi in fretta dalla caduta, notò la seconda uscita della stanza, posta in modo da condurre ad un corridoio, ed alle spalle del suo nemico. Mossi i primi passi verso l’uscita, sentì un forte rumore da una delle stanze di fronte. Corse fino alla fine del corridoio: lo spacciatore non era più dietro al tavolo, e la porta d’ingresso dell’appartamento era stata sfondata. Riuscì ad intravedere il suo obiettivo corrervi attraverso, prima di ricominciare l’inseguimento. Corsero fino alle scale del palazzo, ed iniziarono a scendere. Lilah passò da una rampa all’altra saltando il corrimano, per guadagnare rapidamente terreno. Divenne evidente che lo spacciatore avesse premeditato la fuga, quando saltò attraverso una vetrata, fin sul tetto di un vicino palazzo più basso. Attutì la caduta con una capriola, e si diresse verso una porta metallica, che conduceva all’interno dell’edificio. Anche Lilah saltò, ma non riuscì a raggiungerlo prima che chiudesse la porta dietro di sé. Tentò inutilmente di aprirla, ma non si rassegnò. Corse fino al ciglio del tetto, scorse i balconi sottostanti, prese la mira, e si lasciò cadere. Sfondò una porta a vetri, attraversò l’appartamento fino al corridoio, dove rivide il suo obiettivo precipitarsi giù per le scale. Sparò ancora, mirando alle gambe, e stavolta lo sentì urlare, e cadere dai gradini fino al piano inferiore, dietro il muro che separava le rampe. Senza riporre le armi, Lilah si diresse con cautela verso le scale, già pensando ai cruenti metodi con cui avrebbe ottenuto le informazioni che cercava. Ad un passo dalla destinazione, però, si trovò al cospetto del sorriso soddisfatto dell’uomo, che, cogliendo i frutti del proprio bluff, le sparava a bruciapelo all’addome. Lilah cadde all’indietro, gli occhi spalancati e la bocca aperta in silenzioso grido. Una volta a terra cercò di muoversi, ma il dolore la paralizzava. Tossì sangue e si dimenò per alcuni attimi, prima che fosse finita. Lo spacciatore, soddisfatto, ripose l’arma. Scese una rampa di scale, si infilò in bocca una sigaretta artigianale che accese con un fiammifero. Frugò in tasca, e ne estrasse un mazzo di chiavi con cui aprì una delle porte degli appartamenti. Entrato in casa, si tolse il cappotto, e l’appese accanto all’uscio. Accese la luce, fece partire un po’ di musica lenta, e si sedette in poltrona. Assaporò ad occhi chiusi la sigaretta, ma dovette riaprirli presto, per cercare il posacenere. Fu allora, che urlò. Vide Lilah, sorridente, seduta sulla poltrona di fronte alla sua. Le gambe accavallate, lo fissava negli occhi con uno sguardo penetrante. L’uomo si alzò di scatto, lasciando cadere la sigaretta, dirigendosi verso la propria arma…in un certo senso, la trovò. Si imbatté in Douglas, che gli puntava al naso il suo stesso fucile. “Vai da qualche parte?” Gli disse. “Ma…ma…vi ho visti…morire…” Lilah si alzò, e si avvicinò. L’uomo si voltò a guardarla. “Non è stato esattamente un graffio…” Disse, mostrando il buco che aveva nella maglietta sporca di sangue. La pelle era intatta, non c’era traccia di ferite “…ma per ammazzarmi ti serve ben altro.” “O, per lo meno, più di quanto non basti a noi.” Continuò Douglas. “Ora rispondi a qualche domanda, o potremmo decidere di ricambiarti il favore.” L’uomo si rassegnò, tornando a sedersi in poltrona. “Che volete sapere…?” Lilah si sedette sulle sue gambe. “Tanto per cominciare, qualcosa di facile. Dove tieni la ‘trance rossa’?” “No! Tutto ma non questo! Mi serve, i miei affari…” “Riposta sbagliata!” Disse la ragazza, puntandogli il pugnale alla gola. Era da qualche tempo che non si dissetava, doveva sforzarsi, per non tagliargli la giugulare… “E…e va bene. Tutte le fiale che ho sono in una valigia, nella rimessa…la chiave è nell’impermeabile.” Douglas sorrise soddisfatto. “Bene, va già meglio. Ora la seconda domanda. Chi te la procura?” Lì, per lì, lo spacciatore sembrò non voler rispondere. Si guardò intorno preoccupato, cercando Douglas…vide però gli occhi di Lilah. Vide attraverso gli occhi di Lilah. Iniziò a sudare freddo, ed a tremare. Terrorizzato, balbettò: “C-c’è un t-tizio…uno…scienziato. Vive lontano da qui…nel mio studio dovrei ancora avere scritte le istruzioni su come raggiungerlo…” “Dovresti?” “Ci sono, ci sono sicuramente! Lasciatemi andare…vi prego…” Lilah guardò Douglas, dicendo: “…Posso?” Lui rispose facendo cenno di no con la testa. “Uff, che noia…ma ho sete…” Continuò Lilah “Ti ho detto di no. Avrai del sangue finto!” “Ma non è la stessa cosa…dai…solo uno ancora…che differenza vuoi che faccia?!” Disse lei, alzando il pugnale. “Ferma!” Douglas le afferrò il polso, e la fece alzare in piedi. “Lasciami! Lasciami, o ammazzo anche te!” Diceva Lilah, dimenandosi. Douglas si rivolse allo spacciatore. “Che fai ancora qui? Vattene! E non tornare!” L’uomo si alzò, ed arrancò fino all’uscita. Lì, esitò, ed allungò un braccio verso l’impermeabile. Sentì uno sparo, e vide parte del muro accanto a lui cadere in polvere. Alle sue spalle, Douglas, stringeva ancora in mano il fucile, fumante. Lo spacciatore se la diede a gambe, senza voltarsi indietro. Douglas dovette lasciar cadere l’arma: Lilah era più forte di quanto pensasse, ed aveva bisogno di tenerle il polso con entrambe le mani, per non finire pugnalato. “Perché…” Ruggì la ragazza “Perché l’hai lasciato andare?!” Douglas si abbassò tirando a sé il braccio armato, facendole perdere l’equilibrio. Un colpo di spalle dopo, Lilah era k.o. Si affrettò verso l’impermeabile, e frugò nervosamente in tutte le tasche, finché non trovò una siringa di sangue finto. “Ugh…” Gemette di dolore, sentendo il freddo acciaio del pugnale infilarsi nella sua schiena, fra le costole. Ebbe un attimo di debolezza, in cui gli mancò il fiato. Lilah ne approfittò per voltarlo, e cercare di colpirlo alla gola. Lui si difese appena in tempo, fermando il pugnale facendosi trafiggere la mano. Trattenne un urlo, e cercò di colpirla con la siringa. Lei gli afferrò il polso, e, colpendolo dietro il ginocchio con il tallone, lo spedì a terra. Si avventò su di lui, cercando di sferrare un letale attacco alla testa, tenendo il pugnale con entrambe le mani. Douglas riuscì miracolosamente a schivarlo, approfittò del momento per piantare la siringa nel collo di Lilah. Iniettò l’intera dose, quindi la scansò e si liberò dalla presa, rialzandosi. La ragazza tossì e si dimenò per un po’, prima di addormentarsi. Douglas, sfinito, barcollò fino alla poltrona, e si sedette. Bevve anche lui una dose di sangue finto. Aspettò che le sue ferite si richiudessero, questione di attimi, quindi raccolse il fucile, e sparò all’insopportabile stereo che ripeteva da mezz’ora lo stesso, squallido, motivetto.
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Per quel poco che gioco a Tekken (preferisco i picchia più tecnici, possibilmente 2D), me la cavo discretamente con Yoshimitsu e Hwoarang. Anche con Lee non sono male. Con Kazuya invece uso solo quella brutta copia dello Shoryuken che si ritrova xDDDD
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Grazie :chirol_bak2: Mi fa piacere :D
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Ahahah carina :chirol_bak2: .
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Volevo dire che mi sembra una trama in cui è facile lasciare buchi, tutto qui. Ovviamente non ce ne saranno ^^.
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Grazie ^^;
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Ok, ora lo faccio..
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TSH! Ridicoli umani! Desiderate contenere l'arte con le vostre patetiche regole! Ahem, dicevo...dammi un po' di tempo e sistemo. Cioè, sistemo, appena mi spieghi meglio cosa devo fare xD.
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Auguri!! :chirol_buha: Non so per Soul Eater, ma Alato, ora sappi che sei denunciabile xDDD
