A Casa Ziegler, una vecchia catapecchia abbandonata, succedono cose strane... La Fonte dei sogni Capitolo 1: Il mistero di casa Ziegler Winkler viveva da solo, in una piccola villetta, nel centro della cittadina. Fin da ragazzo, anche per merito del vecchio Ziegler, coltivava un’innata passione per le scienze. In particolare si appassionava allo studio di astronomia e astrologia, talvolta al corpo umano e da qualche tempo si dedicava al paranormale. Un argomento che di certo con le scienze aveva poco a che vedere, discipline così fredde, fiscali, precise. Nemmeno lo stesso Friedrich credeva che potessero verificarsi fenomeni surreali; tuttavia ne era in qualche modo affascinato, attirato, incuriosito. Sapeva che dietro i fenomeni inspiegabili giaceva sempre e comunque una spiegazione scientifica in attesa di essere dimostrata. Spendeva ore ed ore a studiare il cervello umano, cercare spiegazioni sulla nascita delle allucinazioni, dei desideri, dei sogni. Se ne stava seduto in cucina. Una busta lacerata abbandonata sul tavolo. La testa china a leggere. I capelli castani arruffati sembravano rimasti senza cure da tempo immemorabile; le iridi, di un marrone decisamente scuro, gli attribuivano un che di misterioso. Le pupille, che quasi si confondevano con quel colore, scrutavano il foglio. La lettera recitava così: Egregio Signor Friedrich Winkler, Alla luce di quanto segnalatoci, peraltro sempre più frequentemente, da testimoni oculari delle ultime famose vicende, vorremmo proporLe, in quanto uno dei massimi esperti di fenomeni paranormali, astronomia e astrologia, di verificare con i Suoi stessi occhi quanto sta succedendo. La situazione sta diventando più impegnativa del previsto. Cordiali saluti. Cristophorus Shreiber Non lo sorprese. Il fatto che fosse decisamente vaga e non accennasse al luogo e alla natura degli avvistamenti, non gli impedì di comprendere la vicenda, in quanto, da curioso scienziato che era, si era già documentato in proposito. Per dire la verità, una lettera del genere ormai quasi se l'aspettava. Domink, suo cugino da parte di madre, faceva parte di quei testimoni oculari che tanto si erano spaventati di fronte agli strani suoni, inumani, e alle luci che si manifestavano nella zona di Casa Ziegler. Quale miglior fonte per studiare approfonditamente la modalità di apparizione, ma soprattutto gli effetti prodotti sugli esseri umani, di quegli strani fenomeni? Senza troppa esitazione prese il telefono e chiamò Dominik. - Pronto? - Dominik? - Sì, chi è? - Sono Friedrich. Hai impegni o posso venire? Ti devo parlare. - Come? … ora? Riguardo cosa? - Sai, quel fattaccio… Dominik pensò un momento. - Oh…be'… sono in casa, se vuoi possiamo parlare, anche se non so quanto potrò chiarirti di tutto quello che vorrai sapere. Sai, sono un po' confuso. - Sì, capisco, comunque mi servono solo pochi dettagli. Allora va bene? - Be'…sì, va bene, vieni pure. - Perfetto. Mi metto in viaggio allora. - Ti aspetto. - A dopo. Riattaccarono. Friedrich si mise la giacca, uscì di casa e prese la macchina. Erano le sei di sera circa di un'uggiosa giornata autunnale. Il buio s'apprestava a sopraggiungere e per le strade deserte Friedrich sembrava essere l'unica luce nella vicina notte. Le vie erano infestate da fogli di giornali, mossi solo dal vento provocato dall'automobile, riviste e bottiglie sparse qua e là attribuivano all'ambiente un'aria di abbandono, forse a causa dell’ormai rigida temperatura, che costringeva gli abitanti del paese a restare nelle proprie case, al caldo del focolare domestico. Non lo si poteva negare, a rincarare la dose di tristezza e abbandono c'erano anche le nuove notizie che avevano colpito un po' tutti. Dominik abitava fuori dal paese, dopo un tratto di strada in aperta campagna. Bisognava attraversare un campo di granoturco, per raggiungerlo, poi un vecchio ponte di pietra che attraversava il fiume Bauer, chiamato così per via di un incidente: il vecchio sindaco del paese, Wolfang Bauer, ci finì dentro morendo, in circostanze mai chiarite nel corso degli anni. Così il caso fu archiviato. Oltrepassato il ponte l'oscurità della notte si faceva avanti, senza però mostrare le sue stelle, a causa delle nuvolosità del cielo. La cittadina in cui abitava Dominik si sviluppava su un piccolo monte, ai piedi del quale v'era il lago. Egli abitava piuttosto in alto. Friedrich imboccò una galleria, al termine della quale la strada si faceva inclinata così da permettere di salire verso il cimitero e il fioraio. Oltrepassati questi due, una strada a senso unico, tormentata da curve e rocce invasive, portava finalmente alla via di Dominik. Vi entrò e la strada si fece sterrata, scendendo di nuovo verso il lago, fino a raggiungere uno spiazzo. Parcheggiò e scese dall'automobile. "Dominik Sauer" stava scritto a caratteri cubitali sul campanello. Al suono, il cancello venne aperto. Un vecchio cancello arrugginito e nero, che se aperto emetteva uno strano cigolio, come fosse frustrato da tutto quell'aprire e chiudere. L'abitazione stava ancora più in basso, dopo aver sceso una rampa di scale. Sull'uscio un uomo stempiato, con dei baffi incolti e brizzolati, un maglione di lana marrone e uno strano sguardo torbido sembrava attendere. - Eccoti! - Già, sono arrivato. - Entra, dammi la giacca. Il signor Sauer prese l'abito e lo appese all'attaccapanni vicino all'uscio. Friedrich si pulì le scarpe ed entrò. Alla sua sinistra l'edificio si sviluppava fino al bagno e alla camera degli ospiti, la stanza più grande della casa. Questa era addobbata con quadri di ogni genere, arredata con diverse poltrone e una vecchia televisione. Il soggiorno invece si trovava alla sua destra, preceduto dalla camera da letto. Il tavolo circolare stava per essere apparecchiato per la cena. - Vieni - invitò Dominik - Siediti e parliamo di quest'affare, via il dente via il dolore. Sauer fece accomodare il cugino, cortese, indicandogli la via con la mano. - Sia chiaro, Dominik, non voglio metterti fretta o premura. - si sedette. - voglio solo sapere il più possibile, dato che mi hanno spedito una lettera… - Lettera? Riguardo questa faccenda? Chi? Prese una sedia e si mise dalla parte opposta del tavolo. - Sai, il comando della polizia, ormai ci ho fatto l'abitudine. A volte penso che quando incontrano qualche caso che non riescono a risolvere chiamino me per scaricare le fatiche. - Poco professionale, ma del resto l'ordine da queste parti è organizzato così. - Comunque non siamo qui per parlare di questo, giusto? Lo interruppe Friderich, quasi impaziente. - Debbo darti ragione. Avanti, chiedimi tutto ciò che vuoi. Spero di poterti dare una mano…- - Forse mi darai più che una mano. Allora…per prima cosa…raccontami esattamente che cosa hai sentito. Iniziò. - Sentito? Be', è questo il bello. All'inizio non ho sentito assolutamente nulla. - All'inizio? - Esatto. Ma vedi…quando dico che non ho sentito nulla… intendo dire che non ho sentito proprio nulla. Un silenzio anormale, una cosa inimmaginabile. Sembrava che tutto fosse spento…sembrava che il tempo fosse fermo. - Sai dirmi l'ora? Penso che potrebbe verificarsi solo in una data ora, e in quel caso dovrei applicare l'astronomia. - Dunque. Verso le dieci e mezza di giovedì venti agosto passai accanto a Casa Ziegler. Notai questa strana luce, come saprai, una luce che illuminava la casa come una torcia eppure sembrava non venire, apparentemente, da nessuna fonte. Così scesi dalla macchina e andai a vedere se qualcuno stesse cercando di rubare qualcosa… solo che… quando sono sceso, è successo ciò di cui ti parlavo, è sopraggiunto quel silenzio surreale…e poi ho sentito un miagolio. Nitido…davvero nitido…non so perché ma sono sicuro provenisse dall'edificio. Friedrich…mi sono preso uno spavento enorme…ero scioccato, pensavo di non avere i sensi al loro posto… - Lo sguardo di Dominik si perse nel vuoto, assorto nei ricordi, turbato. - Posso capirti. E dopo questo? Hai visto qualcosa? - Oh sì, ho visto la casa. Si muoveva…cioè, non è che si muovesse davvero, sarà stata un'illusione, non lo so, sta di fatto che sembrava che si muovesse. Poi ho sentito di nuovo quel miagolio e…be', mi sono spaventato, ho corso verso l'auto e me ne sono andato. Tagliò corto. - Nient'altro? - - Vorrei potertelo dire. Ti ricordi tutti quei marchingegni del vecchio Ziegler? - - Certamente. Sono quelli che mi hanno suscitato in me la passione per gli astri. Ricordo soprattutto gli strani rumori degli ingranaggi e…- - Esattamente - lo interruppe Dominik. - Il rumore degli ingranaggi. È quello, che ho sentito, il rumore degli strumenti di osservazione del vecchio Ziegler. - - Oh mio Dio, tutto ciò farebbe pensare che dall'aldilà li stia usando ancora…e la cosa è abbastanza ridicola. - Certo, lo è eccome. Non saprei che dire, davvero, il rumore era quello, comunque. Ci fu una pausa, poi il signor Winkler continuò. - Ziegler aveva un gatto? - Già…aveva un gatto. Friedrich pensò un attimo. - Mi sapresti dire esattamente quanto è durato tutto ciò? - - Be'…all'incirca…venti secondi. Ma poi me ne sono andato, probabilmente la cosa sarebbe continuata. - Capisco. - Hai intenzione di andarci? - Non saprei, comunque non nego che oltre a essermi molto utile suscita la mia curiosità in modo mostruoso. - Ti dico solo di stare attento. - Lo so, lo so. Cadde il silenzio. Entrambi erano assorti nei propri pensieri. Uno nei ricordi, l'altro nell'immaginazione. - Vuoi rimanere a cena? - buttò lì Sauer. - No, grazie, preferirei tornare prima che sia buio pesto. - - Capisco. - - Ora vado, me ne torno a casa. Mi sei stato utile. - Arrivederci cugino. Il signor Winkler uscì e si diresse verso il suo veicolo. Non sapeva quando, ma aveva intenzione di andare a casa Ziegler per un sopralluogo. In realtà sperava di sentire o vedere qualche cosa di strano, la curiosità ormai martellante gli sussurrava di andare a vedere con i suoi stessi occhi. Salì la stradina e si mise in strada per tornare a casa. Da quell'altezza poteva vedere benissimo il lago, sul quale si rifletteva l'ormai sempre più vivida luna. La stazione di polizia si trovava a un centinaio di metri dal porto, decise di andarci per farsi dare tutto il materiale possibile inerente le denunce e gli avvertimenti riguardo le fantomatiche vicende della zona di Casa Ziegler. Cristophorus Shreiber, conoscente di Friedrich, nonché capo della polizia della cittadina, provvide a fargli avere tutti i documenti necessari per studiare meglio il caso. Un certo Schultz, poté vedere nei fogli, affermava di aver sentito miagolii e rumori di macchinari, accompagnati da strane luci. Sfogliando le cartelle, il signor Winkler, si accorse che tutti quanti lamentavano di aver sentito, altri addirittura ascoltato dalla curiosità, tutto ciò che anche Domink gli aveva raccontato. Un'allucinazione di massa certo non era un'ipotesi tra le più accreditabili. - Scusa per la formalità della lettera, mi hanno obbligato a scriverla in quel modo. Allora, Fred, che mi dici? Chiese Cristophorus dopo aver fatto dare al signor Winkler un'occhiata ai documenti. - Che ti dico? - Sorrise. - Ti dico che è una delle cose più strane che abbia mai avuto modo di studiare. - Sul serio? Ma ricordo che tempo fa ti passavamo quintali di carte su gente che vedeva fantasmi o sentiva rumori inumani in casa propria… - Oh, be', quelli erano casi certo appartenenti al "paranormale"…ma non come questo. Vedi in questo caso…le persone coinvolte nell'accaduto raccontano tutte quante la stessa cosa. Esposizioni dei fatti identiche, per tutti, in ogni dettaglio! Shreiber si fece muto per un istante, prendendo sotto mano qualche documento. Si stava facendo tardi. Nell'ufficio di Cristophorus l'unica cosa che emanava luce era una vecchia lampada da scrivania, dalla luce fioca e dal raggio abbastanza limitato. Fuori dalla stanza Friedrich udiva chiaramente il rumore delle fotocopiatrici in funzione, dello scartabellare, delle voci che rispondevano alle telefonate. - Che pensi di fare? Chiese Shreiber, seduto sulla scrivania, scrutando curioso e impaziente l'amico, assorto nelle carte. Friedrich pensò un attimo, anche se in fondo la risposta era chiara e limpida nella sua mente, come un terso cielo d'estate. Non aveva dubbi, ma più che altro non sapeva se dirlo in giro o tenerlo per sé. - Io voglio quantomeno andare in quel posto, Chris. Oramai la curiosità mi spinge in modo irrefrenabile. Devo vedere e sentire anche io. - Ripose le cartelle nell'archivio e si alzò dalla poltrona. - Ho intenzione di andarci in questi giorni. Penso…dopodomani. Farò un sopralluogo, mi accerterò di tutte quelle incredibili stranezze, dopodichè avrai mie notizie, e possibilmente anche chiarimenti sulla causa di tutto ciò. - - Va bene. Ora forse è meglio se torni a casa tua…non hai fame? Sono quasi le otto. - - Già, sto morendo. Allora ci vediamo. - - Stai attento Fred…tutta questa storia è talmente…- - Curiosa. - lo interruppe. - Volevo dire sinistra. Comunque muoio anch'io dalla voglia di capirci un po' di più, quindi non posso che augurarti buona fortuna, come al solito. - Winkler tornò a casa, con lo stomaco che brontolava insistente. Entrato nel suo appartamento, appese la giacca e si precipitò in cucina. Preparò due panini, di cui uno inverosimilmente pieno di ingredienti, tanto che gli cadde quasi tutto il contenuto sul tavolo. Ma la fame, oltre alla cecità, stimola anche l'immaginazione. Quale uomo sano di mente avrebbe mai potuto mettere acciughe, pomodori, insalata, formaggio stagionato, salame , cipolle, mezza patata e un quarto di hamburger nello stesso panino? Ingoiò tutto quanto, poi si fece una tazza di caffè. Christophorus gli aveva lasciato qualche documento da analizzare, così andò in soggiorno, si sdraiò sul divano e si mise a leggere, sorseggiando la bevanda. - Vediamo…Sneider… Il documento recitava così. "Adolf Sneider, 35 anni. Racconta di aver udito dei "macchinari" in funzione nei pressi del casale in questione. Sebbene l'edificio sia disabitato da anni, afferma che suoni e luci provengano dallo stesso." Non perse tempo a leggere i particolari e ne sfogliò altri. Non poté ottenere molte informazioni, poiché dicevano tutti la stessa identica cosa. Un certo Graf attirò la sua attenzione. "Joseph Graf, 42 anni. Dice di essersi avvicinato alla casa fino quasi a poter toccare il pomello della porta principale. Afferma di aver sentito suoni metallici e visto luci strane provenienti dalle finestre. Più chiaro di tutti descrive il suono inconfondibile di un lamento, per la precisione un miagolio. Racconta altresì di aver sognato un gatto la notte seguente." Sognato un gatto? Che abbia qualche cosa a che fare con il miagolio? Terribilmente stanco, mise i documenti per terra e spense la luce. Dalla finestra filtrava la debole luce della luna, oscurata da un sottile strato di nuvole, che però già riversavano acqua sulla città. Il ticchettare della pioggia sui vetri…i tuoni in lontananza…il sapore di caffè in bocca…miagolii…ingranaggi… Quando aprì gli occhi l'orologio indicava le quattro del mattino. "Ma come, ho letto fin'adesso?" - Devo essermi addormentato…- Un po' confuso ma terribilmente assonnato, Friedrich, senza porsi il problema della scomodità del divano in confronto al letto grande, morbido e comodo, si rimise a dormire. Il giorno dopo ricevette una telefonata inaspettata, da Domink, verso le dieci del mattino. - Fred? - - Sì, dimmi - - Devo mostrarti una cosa. Mi è venuto in mente solo ora. Ce la fai a venire subito? - - Oh…sì…va bene. Sarò lì tra un attimo. Ma che cos'è? - Troppo tardi, suo cugino aveva già riattaccato. Spinto da una prepotente curiosità si precipitò fuori di casa. - Oh, eccoti - L'uomo mezzo calvo e baffuto accolse il signor Winkler. - Avanti, dimmi, cosa c'è? Sai che non mi piace essere tenuto sulle spine. - - Vedi… è una cosa che mi ha dato il vecchio Ziegler, pochi giorni prima di morire. È un piccolo oggetto…una pallina, una sfera di cristallo. - - Che cosa? E che diamine dovrebbe centrare con il caso? - - Non lo so, ma qualcosa mi dice che ti potrebbe servire. Ziegler, il giorno in cui mi consegnò questa sfera… - Andò in camera da letto, seguito dal cugino, e la prese dal cassetto del comodino. - …diceva di aver fatto la scoperta più sensazionale di tutta la storia dell'umanità… non ricordo bene, so solo che mi sembrò pazzo fino al midollo. - - Non che non lo fosse per natura. - Puntualizzò Friedrich. Prese la sfera e la osservò con estrema attenzione. - Tuttavia non ne capisco proprio il senso…l'utilità…ma se te l'ha data Ziegler forse è collegata…- - Con cosa? - domandò Domink all'istante. - Con le vicende legate a Casa Ziegler. Ma potrei dire una stupidaggine. In fondo è solo un piccolo oggettino… - Winkler rimase a pranzo. I suoi occhi furono piacevolmente sorpresi nel vedere un grosso filetto di manzo al sangue scivolare sul proprio piatto, quasi a dire "guarda come sono succulento, altro che il panino di ieri". Friedrich sorrise con estrema gioia e prese le posate. Mentre masticava avidamente, fantasticava su quale avrebbe potuto essere il segreto che si celava dietro la sfera. Che fosse una chiave da inserire in qualche strumento particolare? Gli vennero in mente le mille storie e favole che leggeva da bambino, racconti che parlavano di smeraldi magici e rubini incantati, capaci di cambiare le sorti dell'uomo con i loro poteri magici. Che anche quel piccolo oggetto potesse avere qualche strano potere? "Forse sono un po' troppo cresciuto per immaginarmi cose del genere." Pensò tra sé. "Spero di trovare qualche appunto del vecchio, a casa sua…" - Sai Dominik - iniziò. - se è vero che questa è una scoperta così sensazionale come ti diceva Ziegler…forse avrà registrato i particolari nei suoi appunti, su qualche documento…- Il cugino si fece subito interessato. - Già…non ci avevo pensato…forse far luce su tutto questo sarà più facile del previsto. Ti auguro di trovare qualcosa scritto di suo pugno, che magari abbia voluto tramandarci qualche cosa? - È proprio quello che intendo scoprire domani. Andrò là e cercherò tutto il possibile. Si tratta anche di curiosità personale, a questo punto…- Friedrich finì il filetto e si mise a pulire il piatto con della mollica di pane. Il sugo era squisito. - Sai, forse qui ci dovrei venire più spesso. Cucini piatti afrodisiaci…- - Grazie, anche a mia moglie piacciono molto. Fa sempre cucinare me.- Risero. Passarono le ore seguenti quasi esclusivamente parlando della sfera e del vecchio Ziegler. Era come se fossero tornati bambini: Immaginavano storie incredibili e collegamenti tra i suoni, le luci e il piccolo oggetto. Si svegliò. Erano le undici e mezza e dormiva sul divano di suo cugino, anch'egli assopito. Gli lasciò un biglietto. "Domani vado a casa Ziegler. Ti saluto, e nel caso mi augurassi in bocca al lupo, crepi" Non era molto contento di tornare a casa a quell'ora della notte, non gli piaceva guidare quando tutte le luci erano spente. Era nata in lui una sorta di contenuta fobia del guidare nel buio. La mattina seguente, alle undici in punto, era pronto e vestito. Voleva andare subito a vedere con i suoi occhi se tutte quelle strane storie sulla vecchia casa erano vere. Prese l'automobile e si diresse in direzione nord, verso la macelleria. Dopo di essa iniziava una serie interminabile di tornanti, a risalire il monte. Mentre risaliva la pendenza, il suo animo si faceva sempre più agitato, il cuore gli batteva sempre più velocemente. Dopo tutto quell'esplodere di idee bizzarre, storie incredibili che si erano intrufolate nella sua testa, iniziava a subentrare la paura. Del resto, nessuno dei testimoni aveva raccontato di aver assistito a qualcosa di piacevole. Cercò di far prevalere lo spirito d'avventura al timore, con uno sforzo di incoraggiamento, pensando che ormai era in ballo e doveva pur ballare. Finiti i tornanti un ponte sovrastava un burrone, unico collegamento tra la città, che occupava il versante sud della montagna, e l'altro lato del monte. In lontananza delle nuvole nere, minacciose, annunciavano pioggia e fulmini. "Bene, vado anche incontro al temporale." Prese a discendere la montagna. Tra gli alberi della pineta scorse il fatidico edificio. Tetto nero, mura grigie, finestre rotte. L'abbandono totale. Parcheggiò la macchina in uno spiazzo, coperto da un manto di foglie secche. La luce del sole filtrava dagli alti alberi, ormai spogli per via dell'incombere del freddo e delle giornate con poche ore di luce. Le nuvole nere che poco prima aveva avvistato si facevano avanti. "Eccoci qua. Finalmente. Ora potrò vedere anch'io che succede." Esitò per qualche istante. Niente suoni strani, niente luci. Forse la sua ipotesi che si manifestassero solo ad una certa ora della sera era esatta. La casa era enorme. Si trovava tra la strada e la parete rocciosa, incassata in una specie di rientranza di quest'ultima. Il tetto a doppio spiovente, di tegole grigie. Una tettoia più piccola, sul lato est della casa, copriva una piccola legnaia, con vari attrezzi posti vicino. Per lo più piccozze e rampini. Friedrich si ricordò che da bambino suo padre gli raccontava le avventure del signor Ziegler, il quale, ancora trentenne, aveva come hobby, nonché passione, quello di scalare la montagna. Diceva che fosse uno scalatore capacissimo, uno di quelli che se perde un appiglio riesce subito a trovarne un altro. Un'allegoria di quello che poi effettivamente era, ovvero un personaggio deciso, scaltro e intelligente, sempre pronto e capace di rialzarsi nel caso in cui avesse dovuto fallire in un qualsiasi intento. Sulla facciata del casale stavano due finestre, protette da inferriate, ma forse non abbastanza per i sassi, dato che qualche teppista doveva averne rotto i vetri con delle pietre. La porta, di legno, divorata dai tarli, sembrava non fosse stata aperta da quando il vecchio era morto; ciò avvenne venti anni prima, quando Friedrich aveva quindici anni e suo cugino Dominik era da poco maggiorenne. Lo scalatore, con una sfrenata e ossessiva passione per l'astronomia, oltre che per le arrampicate, era morto a settantotto anni. Winkler salì gli scalini di fronte alla porta principale, che scricchiolarono sotto i suoi piedi. Una tettoia sovrastava una pavimentazione di legno davanti alla facciata, dove forse Ziegler si rilassava, al suono della foresta, a pensare e forse a osservare il cielo con i suoi strumenti. Capitolo 2: Gli appunti del vecchio Ziegler Friedrich si fece coraggio e si avvicinò alla porta. Ebbe un attimo di esitazione, poi pose la mano sul pomello d'ottone. Era freddo e impolverato. Sotto di esso una chiave, coperta da una ragnatela, immobile da chissà quanto tempo, arrugginita, dava l’impressione di non poter più funzionare. Lo girò e la porta si aprì, producendo uno scricchiolio e il sibilo del legno che sfregava sul pavimento. Un fascio di luce pervase il salone principale, illuminando un divano e un vecchio tavolo. Winkler non osava immaginare quanta polvere dovessero aver accumulato quei mobili nel corso degli anni. E ora si faceva sentire in lui un'altra fobia, quella degli insetti. Pensò che quel posto doveva brulicare di ragni, scarafaggi e chissà quale altra bestia disgustosa. Cercò l'interruttore della luce, ma quando lo trovò scoprì con delusione che non funzionava. Lasciò allora la porta aperta per farsi luce e si diresse verso la grande finestra della facciata laterale, quella che dava a nord. Ne aprì le ante e la stanza fu inondata completamente di luce. Si accorse della polvere che era presente in quel vecchio posto solo quando la luce la illuminò: sembrava di essere all'interno di un banco di nebbia. Chiuse la porta e si mise ad osservare la casa. Il soggiorno e la cucina stavano sui lati opposti; al centro una grande scala portava al piano di sopra. Tra la scala e la cucina vide una porta e la collegò subito ad un probabile studio in cui Ziegler tenesse i suoi appunti. Si avvicinò ad essa. Il vecchio parquet divorato dai tarli, scricchiolava sinistro sotto i suoi piedi, dando a Friderich l’impressione che si sarebbe sgretolato da un momento all’altro. Aprì la porta e scoprì una stanza con una scrivania al centro. Ai lati, delle librerie contenevano centinaia di volumi sugli astri, sugli strumenti di osservazione, sulle montagne e sulle tecniche di arrampicata. Una libreria lo colpì. All'interno di essa erano stipati una dozzina di archivi. Ne prese uno e ne lesse il titolo. "La mia scalata del Monte Bianco". Di certo non gli poteva interessare, ma il fatto che lì ci fossero appunti del vecchio faceva presagire che avrebbe potuto trovarne anche di più interessanti. Prese un diario dalla copertina di cartone blu. "SEGRETISSIMO" stava scritto su di essa, su un'etichetta bianca. Soffiò per levare la polvere, dopodichè si diresse verso la sedia, mise il libro sulla scrivania e iniziò a leggere. «Esporrò tutto quello che sta succedendo, al solo fine di rivederlo in futuro. Se avete intenzione di leggere questo documento, il mio suggerimento è contrario, poiché essendo tutto ciò che voglio dirvi appartenente alla realtà, potreste rimanere scioccati.» Bingo. Il documento era chiaramente riferito a qualche episodio particolarmente sinistro e suggestivo della sua vita. Colpito allo stesso tempo da timore e curiosità, si decise a leggere il resto. «È da un po' di tempo che i miei sogni si sono fatti bizzarri. Continuo a sognare la stessa cosa: Una donna con un lungo vestito di seta, dai capelli biondi che viene verso di me e mi chiede aiuto. Ho provato con uno psicologo, mi ha detto solo che evidentemente la mia sfera emotiva è tormentata e che dovrei dedicare meno tempo alla scienza e all'esplorazione delle vette e dedicarmi di più alla mia famiglia. Quello che non gli ho detto è che anche mio figlio Gabriel sogna la stessa cosa.» Due persone che sognano la stessa cosa? Ora la paura si faceva più insistente. Che sentimento potente: in quell'istante fu in grado di far credere a Friedrich che la casa lo stesse osservando, in attesa che se ne andasse. Ebbe un'improvvisa accelerazione del battito cardiaco, ma cercò di calmarsi e ci riuscì quasi subito. Si rimise a leggere. «Gabriel mi racconta di vedere nitidamente una donna, che va verso di lui e gli porge un oggetto, un oggetto lucente, dice, ma che non riesce mai a prendere perché a quel punto il sonno svanisce. Gli ho tenuto nascosto che sogno la stessa identica cosa, uguale in tutto e per tutto. Tranne che per una particolare: l'oggetto che a lui la donna porge, nella mia mente non esiste. Inoltre i miei sogni sono confusi e offuscati, come se li vedessi attraverso un obiettivo impolverato. È evidente che la mente di Gabriel è più giovane e potente della mia, del resto abbiamo trent'anni di differenza.» Un oggetto lucente? «Ritorno a scrivere i miei appunti sulla faccenda. Continuo a sognare quella donna misteriosa. Comincio ad avere una certa angoscia ad andare a letto. Sospetto che anche mia moglie sogni tutto ciò. Quando le ho raccontato il sogno di Gabriel ha avuto un sussulto. All'angoscia ormai prevale il desiderio di conoscere meglio ciò che la donna vuole dirmi. Forse posso esaudire i suoi desideri e levarla dalla mia mente per sempre. Sta diventando un'ossessione. 25 Maggio 1994. Questa notte ho udito chiaramente la voce della donna. Stavolta non si è limitata al suo solito "Aiutami", ha anzi continuato a parlare. Mi rammarico solo di non essere riuscito a distinguere alcuna parola. Chiederò a mio figlio. Ho chiesto a Gabriel. Mi ha riferito che la donna gli dice "Sognami" e "Portami…". Ma tutto ciò non ha significato alcuno. Attendo di sognarla di nuovo. Gabriel inizia a preoccuparsi. E io con lui. 14 Giugno 1994. Ora riesco anche io a vedere un oggetto in mano alla donna. 15 Giugno 1994. I sogni sono cessati da qualche giorno. Sia per me, che per Gabriel, che per mia moglie. 10 Luglio 1994. La donna è tornata a tormentarmi, ma questa volta riesco chiaramente a sentire le sue parole. Dice "Sognami, rinchiudimi e portami alla Sorgente". Credo che se riuscissi a vedere che cosa diavolo è l'oggetto che mi porge potrei capire cosa vuole da me.» Friedrich leggeva, assorto, rapito da quelle annotazioni prive di senso. Aveva una fame da lupo, e non poteva restare ancora a lungo. Ripose l'archivio e uscì dalla casa. Mentre ripercorreva la strada, fu assalito da tantissimi pensieri, paure, curiosità e compassione per il vecchio. Non deve essere facile superare un trauma psicologico di quel genere. Arrivato nella zona di casa sua, decise di proseguire invece che fermarsi, deciso a raccontare tutto al cugino. Sperava inoltre che lo invitasse a restare per il pranzo. Senza preavviso, il campanello suonò. Friedrich aprì il cancello e corse giù dalle scale. - Fred, cosa ci fai qui? - chiese Dominik osservando incuriosito il cugino. - Ci sono stato, Dominik. Devo raccontarti.- - Davvero? Hai trovato qualcosa di interessante? - - Qualcosa di bizzarro direi. Molto…quasi incredibile…- - Entra, entra…stavo per mettermi a cucinare…preparo qualcosa e mi racconti tutto mentre mangiamo, va bene? - - Certo, sto morendo di fame. Ah…non pretendo che tu creda a quello che ti sto per raccontare, anche perché a ben vedere non ci credo molto nemmeno io.- Dominik, con un che di sospettoso, fece accomodare il cugino e se ne andò in cucina a trafficare, facendo un chiaro rumore di pentole. - Dato che piace molto ad entrambi, credo che preparerò un bel filetto, come l'altra volta. - - Aggiudicato. - Sorrise il signor Winkler. Non vedeva l'ora di raccontare al cugino tutto ciò che aveva letto e cosa ne pensava sul fatto che molte persone contemporaneamente potessero sognare la stessa identica cosa. Era sicuro che ne sarebbe stato interessato più che mai e che sarebbero stati ore a discorrere sulle possibilità, i misteri, i segreti e le strane vicende che aveva vissuto Dominik. E soprattutto, era attendibile tutto ciò che Ziegler aveva accuratamente descritto nei suoi appunti? O si era inventato tutto per spaventare qualcuno? Forse voleva solo scrivere una storia di fantasia? Mentre pensava, ansioso, e cercava di rispondere a tutti questi interrogativi, il pranzo venne pronto. - Allora, dimmi tutto Fred. - - È sconcertante Dominik. - Esordì Winkler. - Ziegler annotava delle strane memorie nei suoi archivi… - - Che cosa hai letto? - domandò subito l'altro. - Ecco…racconta di un suo sogno ricorrente. - - Un sogno? - - Sì… - Esitò. - A quanto sembra sognava ogni notte la stessa cosa. E da quello che racconta, lo stesso avveniva per sua moglie e suo figlio. - Dominik spalancò gli occhi. - Che cosa? Ma che significa? Non è possibile… - - Appunto, te l'ho detto che è incredibile.- - E che cosa sognavaa? - - Sognava una donna. Una donna bionda con un vestito di seta, che gli porgeva un oggetto lucente…nemmeno lui però riesce a capire che cosa sia, perché si sveglia ogni volta.- - Una donna? Accidenti, mi piacerebbe sapere che cos’è quell’oggetto… - - Già, anche a me…- - Che sia una sua parente? – - No. Cioè, non credo, nelle annotazioni la indica sempre come “quella donna”, sembra che gli sia del tutto estranea. – - È ancora più strano…- - Puoi ben dirlo. Non scrive nemmeno se sospetta una causa di tutto questo, ma spero di leggerlo in futuro, magari spiegherà tutto quanto. - - Quando vorresti tornarci? – Winkler si fece pensieroso. - Stasera. – - Allora vuoi verificare con i tuoi occhi gli strani fenomeni? – - Esattamente. – Fece Friedrich con aria decisa. - Oh, allora sentirai tutto quello che ho sentito io. E forse di più, dato che vuoi entrarci. – Finirono il pasto in silenzio. Alla fine, Friedrich cambiò idea. - Ci andrò subito. – - Subito? – Domandò il cugino, sorpreso e allibito. - Sì, prima di ascoltare quei rumori preferisco avere qualche chiarimento in più leggendo le annotazioni di Ziegler. Ci vediamo, Dominik, grazie del pranzo. – - Figurati. – Detto ciò prese a sparecchiare. Uscì e si mise in viaggio, direzione Casa Ziegler. Erano le dodici e tre quarti, il sole splendeva in un cielo decisamente limpido, il che contribuì non poco ad incoraggiare il signor Winkler. L’enorme casale era illuminato dai raggi che filtravano dalle semispoglie chiome degli alberi della pineta. Si avvicinò. Prima di aprire la porta fu letteralmente sommerso da pensieri e paure insensate, pensava che un mostro dalla voce composta di miagolii e rumori metallici sarebbe uscito dal nulla per ucciderlo, o che la casa lo avrebbe sputato fuori come gomma da masticare, o ancora che le cartelle della libreria dello studio avrebbero preso vita e lo avrebbero rincorso per tutta la casa. Si fece coraggio ed entrò. Nulla di tutto ciò che la sua mente aveva prodotto in uno stato di assoluta follia si materializzò. Con passo deciso si diresse verso lo studio. Prese il diario blu con la scritta “SEGRETISSIMO” e riprese a leggere, seduto alla scrivania del vecchio. «…potrei capire cosa vuole da me. Devo cercare di capire quando sono iniziati questi sogni, devo provare a pensare a cosa abbia potuto innescarli. Forse è un elemento chiave. 17 Luglio 1994. Ora ricordo quando sono iniziati i sogni. È stato dopo aver osservato una nebulosa con il mio telescopio. Non posso dire con certezza se le due cose siano collegate, non avrebbe senso.» Che cosa poteva mai centrare una nebulosa? Inoltre, perché avrebbe dovuto aver effetto qui, sulla Terra? «24 Luglio 1994. Ho scoperto una cosa fondamentale, i miei sospetti erano fondati. Al sogno di mio figlio si è aggiunta l’immagine di una nebulosa, di colore verde a quanto dice. Corrisponde a quella che avvistai io con i miei strumenti. Non può essere un caso. Tuttavia mi sfugge il nesso tra il sogno e la nebulosa.» E invece a quanto pare i due fenomeni erano collegati. In tutta la sua vita, in tutte le sue appassionate osservazioni degli astri, non si era mai trovato di fronte ad un evento simile. Nemmeno nei libri di astrologia aveva mai letto di corpi spaziali in grado di indurre un essere umano a sognare determinate cose, e ne fu al tempo stesso scosso e piacevolmente meravigliato. «4 Agosto 1994. Si è aggiunto un frammento al mio sogno. Ora la donna si avvicina abbastanza da farmi vedere che cos’è ciò che ha in mano. Sembrerebbe una piccola sfera di cristallo.» Una sfera di cristallo? Il cuore di Friedrich si mise a battere più forte. Aveva trovato negli appunti un collegamento con la realtà e il suo terrore che tutto ciò che era scritto in quei documenti fosse vero si fece più deciso. «18 Agosto 1994. Il sogno di questa notte è stato stupefacente. Sono riuscito a sentire in modo cristallino le parole della donna. Ha detto di essere una Dea e di provenire da una sorgente, che non ha però descritto, dicendo che doveva tornarci a tutti costi. Al che mi ha mostrato la sfera di cristallo, dicendomi di prenderla. Sfortunatamente il sogno si è concluso prima che riuscissi a toccarla. 20 Settembre 1994. Ora mi è chiaro: la causa dei miei sogni era la casa. Nient’altro che la casa. Ho provato a dormire fuori da essa per una notte e per la prima volta la donna non è comparsa. Mi chiedo solo come sia possibile che la mia abitazione mi faccia fare quel sogno.» D’un tratto il colore della penna cambiò, come se per molto tempo non fosse stato scritto nulla. «13 Ottobre 1996. Abbiamo deciso di trasferirci. Tuttavia Gabriel vuole rimanere qui. Dice che vuole scoprire tutto il possibile sulla Dea, sostiene di credere che sia importante. Io non riesco a sostenere quanto sta accadendo e preferisco lavarmene le mani, dato che ne ho la possibilità. Non posso che augurare buona fortuna a mio figlio. Gli lascio questi documenti perché possa completarli di suo pugno.» Girò pagina. Vuota. Tutte le pagine a seguire erano vuote. Non c’erano più annotazioni, né pensieri, note, avvertimenti, scoperte… Cominciò a cercare altri diari, altre cartelle che potessero contenere appunti di Ziegler. Cercò per mezzora, ma non trovò nulla. Evidentemente, se esisteva qualche altro documento, l’unico ad esserne in possesso doveva essere Gabriel Ziegler: non restava che rintracciarlo. Peccato che Winkler non aveva la minima idea di dove potesse abitare. Capitolo 3: L’ultimo sopralluogo La prima persona che gli passò per la testa fu Dominik. Oltre a chiedergli se sapeva dove abitava Gabriel, doveva raccontargli il fatto della sfera di cristallo. Stando agli appunti, sembrava quasi che…provenisse da un sogno, dal sogno del vecchio Ziegler. Uscì di casa, di corsa, quasi per evitare di rimanere impregnato dell’aria di quell’edificio, temendo che avrebbe potuto contagiarlo facendogli sognare una donna dai capelli biondi con un lungo vestito di seta. Chiuse la porta e se ne andò. Dominik fece entrare Friedrich. - Ti vedo un po’ pallido, che cosa c’è? – chiese il signor Sauer, scrutando suo cugino, il quale si accomodò sul divano. - Una cosa incredibile…ricordi i sogni di cui ti ho parlato? Di quello strano oggetto che il signor Ziegler non riusciva mai a vedere? – Winkler parlava rapidissimo. - Sì, certo che mi ricordo…- - Bene – scattò Friedrich. – Sappi che quell’oggetto non è altro che una sfera di cristallo! – Dominik impallidì. - Cosa vorresti dire…che quella sfera proviene da un sogno di Athanasius Ziegler? – Chiese con fare sarcastico. - Io non vorrei dire niente, ci sto capendo troppo poco. – - Bah, a me tutta questa storia sembra di una tale assurdità…- - Sì, anche a me, ma comunque sia, gli appunti di Athanasius non sono completi. Ho letto che li ha lasciati al figlio perché li completasse lui. – - Quindi non puoi sapere altro? – - Logicamente no, a meno che trovi Gabriel. Tu non sai dove abita? – - Io? Oh, no. So solo che un giorno se n’è andato senza avvertire nessuno, o quasi, e chi l’ha più rivisto? Per quanto ne so potrebbe anche aver lasciato la nazione. – - Accidenti. – Era un bel guaio. Se gli appunti li aveva lui, come avrebbe mai potuto leggerli? Ormai Winkler era nel cuore di tutta la faccenda e uscirne lo avrebbe seccato non poco. Certo, poteva sempre proseguire da solo, senza riferimenti, testimonianze, ma voleva prima fare chiarezza. E le memorie scritte da Gabriel erano l’unico spiraglio di luce. - Senti Fred – Dominik ruppe il silenzio che era appena calato. – perché non chiedi a Christophorus? Conosceva gli Ziegler, probabilmente sa dove è andato Gabriel. – - Sì – convenne Friedrich – penso che chiederò a lui. Adesso vado, grazie ancora. – Disse così e se n’andò. Christophorus stava nel suo ufficio, fumando un sigaro. La testa dai capelli brizzolati china sun una pila di documenti. Quando Friedrich aprì la porta uscì dalla stanza un’insopportabile odore di fumo. - Fred? Cosa ci fai qui? - - Ciao Chris, perdonami se arrivo così all’improvviso… - - Dammi la giacca! - - No, rimarrò qui poco, giusto il tempo di avere un’informazione. - - Sentiamo, che vuoi sapere? - - Tu…non è che per caso…conosci il luogo esatto in cui si trasferì il figlio di Athanasius Ziegler? Se ne andò da questa città e dato che tu lo conoscevi forse potresti aiutarmi… - - Intendi Gabriel? - - Esatto. Ne sai nulla? - - Fammi pensare…Gabriel…- Il signor Shreiber spostò gli occhi in alto a sinistra, atteggiamento naturale dovuto al tentativo di ricordare. – Non mi ricordo Fred…sinceramente non so nemmeno se me l’ha detto…io ci ho solo parlato il giorno in cui se n’è andato, venne qui in ufficio a comunicarmi la notizia…era talmente di fretta, sembrava che volesse abbandonare questo posto il più rapidamente possibile. - Era impaurito? - - Oh no, semplicemente…come posso dire…ah sì, mi disse questo: “sono saturato di quest’aria, di quella casa”…una cosa del genere. - - Capisco…be’, è strano - - Quantomeno. Mi dispiace ma non mi ha detto altro… - Maledizione… - il signor Winkler sbuffò e si accostò alla finestra, sbirciando fuori. Un cielo sempre più cupo si rifletteva, maligno, sullo specchio d’acqua. In quel momento Christophorus fece la fatidica domanda. - - Ma a che ti serve saperlo, Fred? – - Ecco… - Friedrich era indeciso, non sapeva se raccontargli tutta quanta la storia o limitarsi ad un piccolo accenno. Alla fine, optò per la seconda. - Mi servivano dei documenti. So che li aveva lui, li ereditò da suo padre. – - Documenti? Quali documenti? – Temeva questa domanda. – Riguardano il mistero di casa Ziegler? – - Be’…diciamo di sì – borbottò Fred. Calò il silenzio per qualche istante, il tempo necessario affinché a Christophorus poté riemergere un fondamentale ricordo. - Fred, forse non c’è bisogno di trovare Gabriel! – - Cosa? – si sorprese il signor Winkler. - Gabriel mi disse…insieme al fatto che era alla frutta con la città e il suo piccolo podere…che avrebbe lasciato tutto…disse qualcosa del tipo – Chrisptophorus strinse le palpebre. – “Lascio tutto, mobili, oggetti, carte, documenti, beni.” – Un’improvvisa ed inaspettata gioia si accese in Friedrich. - Documenti? Dici sul serio? – - Non vorrei dire una stupidaggine, ma io ricordo che mi disse così. – - Ma questo significa che sono ancora là, da qualche parte! Strano che io non li abbia notati subito…deve averli messi in qualche luogo sicuro…- - E perché mai avrebbe dovuto farlo? – La risposta era lampante. Evidentemente quanto scritto in quei fogli era così incredibile che il giovane Ziegler non voleva che fosse notato da occhi indiscreti. Tuttavia, perché nascondere tutto e non portare invece il materiale con sé? - Non lo so, Chris – mentì Friedrich – è una strana faccenda anche questa. Ora devo scappare, ci vediamo. – - Va bene, Fred…ma sei sempre così di fretta…dovresti rilassarti ogni tanto! Se avessi saputo che ti avrei messo tutta questa premura, nell’affidarti questo incarico, puoi mettere la mano sul fuoco che non l’avrei fatto! – - Nessun disturbo Chris. La faccenda mi sta appassionando. – Salutò l’amico chiudendo la porta. In realtà, pensò tra sé, aveva detto una piccola bugia. Gli strani suoni, le luci, i documenti, i sogni raccontati dal vecchio Athanasius…non lo stavano appassionando, lo stavano ossessionando. Ora un solo pensiero fisso turbava la mente di Winkler: Tornare in quella casa. Ma questa volta nell’orario incriminato: in tarda serata. Per evitare equivoci, voleva recarsi sul posto alle dieci di sera, più o meno l’ora in cui Dominik aveva visto e sentito quelle cose. Si diresse verso casa, con l’appetito che iniziava a insistere prepotente. Erano quasi le cinque, l’aria si faceva umida, fredda, le nuvole si addensavano minacciose. Poco prima di entrare in casa Friedrich poté udire un tuono in lontananza. Decise di fare una breve telefonata a Dominik. Voleva comunicargli che la sera stessa sarebbe andato alla dimora degli Ziegler, per un ultimo e definitivo sopralluogo. - Pronto? – - Domink, ciao – - Fred! Sei stato da Shreiber? – - Sì, ma non mi ha saputo dire dove sia andato Gabriel. – - Oh…peccato – - Non direi: a quanto pare il giovane Ziegler lasciò tutto ciò che c’era in quella casa al suo destino, senza minimamente preoccuparsene. – - Quindi anche quei documenti? – - È quello che voglio verificare. – - Ma è strano, avresti dovuto vederli. – - Sì, ma credo li abbia nascosti da qualche parte…stasera torno lì e…o la va o la spacca. Così ne approfitto per vedere se i suoni iniziano a farsi sentire solo ad una certa ora della sera. – - Vedi di andarci cauto…ho sempre quella brutta sensazione…- - Lo so, Dominik. Anch’io non prevedo una serata rosea. Tuttavia, ormai, ci debbo andare. E ci andrò. – - Attenderò impaziente un resoconto. – - A stasera. O domani… - Si salutarono, dopodichè Winkler andò in camera da letto e si distese sul materasso a pensare, fissando il soffitto, con un’espressione assorta e tormentata. Ora non si sentiva più tanto sicuro di voler tornare in quel luogo lugubre, desolato, abbandonato, solo per cercare qualche carta e sentire strani suoni. In tutta la sua vita non gli era mai capitato di aver paura che ciò che di paranormale vedevano le altre persone potesse vederlo anche lui. Ne era spaventato, di tanto in tanto inorridito, ma soprattutto incuriosito. Poteva mai esistere qualcosa di magico, di soprannaturale? Friedrich non era mai stato un superstizioso, anzi, tendeva ad usare il cervello molto più dell’istinto, cercando di respingere in ogni situazione le angosce e le paure irrazionali, utilizzando un certo cinismo. Chiunque lo chiamava insensibile, cinico, pessimista. Lui si definiva solo un realista, un arrogante, ben lungi da considerare quest’ultima caratteristica come un difetto. Era testardo, dalle idee imperturbabili. Eppure in quel momento si trovava in un serio stato di conflitto interiore. Nella sua mente si alternavano giudizi nei suoi stessi confronti: pensava di dover esser stato uno stupido per credere a tutte le recenti, incredibili storie. Eppure subito subentrava quella parte di lui che gli diceva di avere paura, di dare spazio al timore per essere pronto e mentalmente protetto nel caso del verificarsi di un evento fuori dal comune, o potenzialmente pericoloso. Si chiedeva che cosa avrebbe sognato la notte seguente. Se, come aveva detto quel testimone, che si ritrovò a sognare un gatto, avrebbe sognato anche lui la stessa cosa. Riaffiorò alla sua vista l’immagine della donna bionda con il vestito di seta, sovrapposta ad una nebulosa. Pensò che Ziegler doveva essere solo un vecchio pazzo, con il cervello ormai in preda alle allucinazioni. Ma poi si ricordò della moglie e del figlio ed ebbe un tuffo al cuore; il pensiero che quanto descritto nelle sue memorie potesse essere vero gli gelava il sangue. Ma si fece coraggio e cercò di prendere la sua decisione. Non voleva rimandare, voleva solo decidere: o quella sera o mai più. Il piatto della bilancia, contenente l’opzione di andare alla dimora del vecchio Athanasius la sera stessa, si abbassava inesorabilmente. Iniziò a sentire il conflitto sempre più fastidioso, sempre più irrisolvibile. Cercava disperatamente di convincersi ad andare, ma la prudenza glielo sconsigliava. Rimase a pensare per quasi due ore, sonnecchiando un po’ qui e là. L’orologio segnava le sette meno cinque. Andò in cucina e preparò la cena, anche se si era improvvisamente reso conto che tutto quel pensare e l’angoscia gi avevano fatto passare l’appetito. Mangiò svogliatamente una bistecca e un po’ d’insalata. Il suo ultimo pasto prima tornare nell’abitazione che lo tormentava. Guardava fuori dalla finestra, scrutava il buio della notte. Aveva paura. Ma la curiosità era il marionettista, Friedrich la marionetta. Quasi senza pensare, finita la cena, si vestì e si precipitò in macchina, come se accelerare le cose avesse voluto dire ridurre i rischi. Cercò di pensare che di rischi non ce ne fossero, del resto, in una catapecchia vecchia e abbandonata quale poteva mai essere il pericolo? Non aveva paura che gli capitasse qualcosa, aveva paura che il buio e l’aria tetra che aleggiava nella zona di casa Ziegler lo potessero spaventare. Aveva paura di aver paura. Non era scuro di stare andando nel posto giusto. Temeva che qualcuno gli avrebbe impedito di cercare ciò che gli avrebbe permesso di scoprire tutto. Nella sua mente, i fari della sua auto, avrebbero potuto illuminare un mostro terribile da un momento all’altro. Ma i tornanti si susseguirono tranquilli, lugubri, ma innocui, e Winkler si fece coraggio, pian piano. Parcheggiò nello spiazzo, ricoperto dal manto di foglie ingiallite, il cortile davanti alla casa. Scese dall’auto, il cuore che batteva fortissimo. L’aria che gli solcò il viso era gelida, poté chiaramente vedere il vapore uscire dalla sua bocca, illuminato dalla luce della luna. Quel posto, di notte, era tutt’un’altra cosa. Se di giorno era inverosimilmente pauroso e oscuro, di notte aveva un’atmosfera insopportabile. Ma le gambe di Friedrich, mosse dal burattinaio, andavano da sole. Erano le dieci e venti. Si avvicinò alla porta. Il vento spostò le foglie e scompigliò i capelli di Winkler. Sentiva in lontananza i clacson delle automobili, i rumori dei motori, vedeva le luci delle case, nella valle. Non era mai stato così teso; il cuore gli pompava forte il sangue, che poteva sentire nelle orecchie, come un tamburo. Un’altra folata di vento. E poi, finì tutto. Ebbe una spaventosa sensazione, che lo portò a una crisi di panico. Un silenzio assordante lo circondò. Non udiva niente, non poteva distinguere il fruscio del vento tra le foglie, o il rumore delle vetture, non poteva nemmeno vedere le luci delle case. Il silenzio era sovrumano, inimmaginabile, innaturale. Si allontanò in modo automatico dalla casa, correndo, anche se non se ne era accorto, precipitandosi verso la sua automobile. E tutto tornò. Ora sentiva il suo cuore battere, e gli sembrava che stesse per esplodere fuori dal petto. Stava sudando. Si girò verso la casa, terrorizzato. Batté più volte i piedi a terra, per assicurarsi di non essere sordo. Le foglie scricchiolarono. Appurato che era tutto intero e che tutto era tornato alla normalità, il pensiero di tornare nella casa, che per qualche attimo era stata l’ultima cosa che avrebbe voluto fare nella vita, gli balzò alla mente, insistente e martellante.