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Dragon7

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Posts posted by Dragon7

  1. Come al solito sei il risponditore più veloce e ^ ^oso del web! :uhuh: Passerò di certo a postare la mia roba, forse anche a redarguire o consigliare qualche niubbo disperso nel mare di switch e variabili. Perché il vizio da mod non si perde. :blink:

  2. Un saluto a tutti! Spero ve la passiate bene. :3 Io abito in un limbo a metà tra università e lavoro, ed è proprio in quel limbo che sto sviluppando un gioco con Unity insieme a un amico, e uno in Rpg Maker MV per conto mio, per sfizio personale. Forse ve li mostrerò entrambi a breve. Come ai vecchi tempi. *lacrima nascosta al pubblico*

     

    Buon errepigimaking e se vedemo presto. :cool:

  3. Spero fossi sarcasticoXD Così diventa troppo da libro di grammatica e, nel cuore di un romanzo, trasformare un parapiglia in un "La folla si precipitò nella sala affinché ognuno fosse primo" sarebbe una cosa da lolXD

     

    No, non ero sarcastico, volevo semplicemente provare una traduzione, appunto, da libro di grammatica, in base alla sensazione che "saki ni" mi suscitava. In un romanzo avrei scritto "sgomitando per arrivar primi".

     

     

     

    Giusto per confondervi ancora di più le idee, NON pensate che こいつ (koitsu), そいつ (soitsu) e あいつ (aitsu) vengano usati solo per le persone! Possono indicare di tutto, anche oggetti (questa cosa, quella cosa, quella cosa là), e di conseguenza anche delle situazioni o degli eventi. Se avete un dialogo e il primo parlante spiega un evento che è finito bene e l'altro risponde そいつは良かった (soitsu wa yokatta), intende dire "quel fatto è stato un bene", ovvero "che le cose siano andate a finire così mi fa piacere", ovvero "mi fa piacere/meglio così"

     

    Tanto per rafforzare l'idea che 'koitsu' in effetti sia dispregiativo. Questo si sente parecchio negli anime, quando vogliono intendere "'sto tizio", "'sta feccia".

     

    Come ha detto lui questa tripletta ko, so, a è importante saperla.

     

    Koko, soko, asoko. (doko?) (qui, lì, là, dove?)

     

    Kochira, sochira, achira. (dochira?) - Informale: Kocchi, socchi, acchi (docchi?) (Da questa parte, da quella parte, da che parte?)

     

    Kore, sore, are (pronomi dimostrativi, "questo", "codesto", "quello")

     

    Kono, sono, ano (aggettivi dimostrativi, "questo...", "codesto...", "quel...")

  4. C'è poi l'espressione bastarda 我先に (presente anche nella forma 我先にと, waresaki ni to), che letteralmetne significa "prima io" e viene usata col significato di "cercare di essere il primo" ma che ho sempre difficoltà a tradurre. So che significa, ma spesso è usata in posizioni anomale per una traduzione diretta e bisogna rigirare un bel po' la frase.

     

    群衆は我先にと会場へなだれ込んだ。 (Gunshuu wa waresaki ni to kaijou e nadarekonda.)

    La folla si precipitò nella sala "cercando tutti di arrivare per primi".

     

    L'ultimo pezzo lo vedo molto come un "facendosi strada a gomitate"^^

     

    La mia traduzione: "affinché ognuno fosse primo" :P

     

    Poi ce ne sono tante altre, ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

    Per esempio, non aggiungiamo che ware è uno di quei termini che spesso vuole "ga" (->waga, "mio" o "proprio" se non si riferisce alla prima persona singolare) e non il "no" (esattamente come il "dare": mai sentito "dare ga tame ni" al posto di "dare no tame ni"?). Non ne so molto in questo campo, ma suppongo che nel giapponese antico (o in qualche forma di giapponese antico) si usasse il ga al posto del no (almeno in alcuni contesti). Ad ogni modo, questa è una cosa che anche i dizionari conoscono: alla voce "ga" trovate anche "indicates possessive (esp. in literary expressions)"

     

    Un solo esempio:

    誰が為に鐘は鳴る (Dare ga tame ni kane wa naru)

    Per chi suona la campana (For whom the bell tolls)

     

    Se devo azzardare una mia teoria, penso quel ga esista perchè non si tratta di una vera e propria costruzione di specificazione (nel senso che non è "allo scopo di chi" ma piuttosto "allo scopo che giova a chi?" quindi si può dire che esiste uno scopo per qualcuno (come quando si dice boku wa hon ga aru, poi diventa implicito che si tratti del MIO libro (boku no hon). Ma sono supposizioni!) E poi invece nel giapponese moderno questo uso si sia perso.

     

     

    Poi ovviamente ci sono tantissimi altri "io".

     

    I più comuni, che sicuramente avrete trovato (magari senza farci neanche caso)

     

    こっち o こちら (kocchi o kochira), letteralmente "questa direzione, qui". Una volta in un contesto antico ho trovato una ragazza che parlava di sé come 此方 (konata), che si scrive esattamente come "kochira" in kanji e ha lo stesso significato

     

    Possiamo anche pensare all'inglese "same here" che significa "anch'io" e non "uguale qui" per farci un'idea.

     

    うち o 内 (uchi). Usato dalle donne nel kansaiben (il dialetto del Kansai). O almeno viene usato così negli stereotipi letterari, non so se e come venga effettivamente usato nella realtà

     

    Apro una parente. Uchi significa "casa", nel senso inglese di "home" (contrapposto a quello di house, che, generalmente, è invece 'ie' 家). E casa nel senso di home, per un giapponese, non è solo casa, ma anche il mio cerchio "buono", il mio "intorno", ciò che è famiglia, ciò che è nel mio circolo vitale, contrapposto al 'soto' 外, ovvero il "fuori" il "diverso", lo "straniero", il "potenzialmente dannoso". Per questo non ci dovrebbe essere di che stupirsi nel vederlo usato per dire "io"!

     

     

    Ah, e mi stavo dimenticando il celeberrimo 吾輩 (wagahai), che, se non sbaglio, oggi viene usato solo in riferimento al grande classico della letteratura 吾輩は猫である (Wagahai wa neko de aru, Io sono un gatto). Non sono un grande lettore, ma questo l'ho letto (anche se purtroppo in italiano). Vi consiglio di leggerlo. È davvero molto interessante, uno dei libri più belli che abbia mai letto.

     

    Provato a leggerlo, troppo slow-paced per i miei gusti (diciamo più semplicemente che non mi piace leggere). Wagahai era se non ricordo male un 'io' nobiliare e vederlo usato da un gatto rendeva perfettamente l'intento del romanzo: dare al protagonista animale un tono sornione e una saggezza pungente perfino nei confronti dello scrittore stesso che gli ha dato la vita, essendo il suo padrone fondamentalmente una reincarnazione di Sōseki

     

    ps: mi sa che non avrei dovuto scrivere tutto questo: avrò soltanto fatto confondere qualcuno inutilmente!!!XD

     

    Fa niente, ormai la combo alla Gogeta ha steso tutti. Meglio

  5. Sempre riguardo alla prima persona, qualcuno sa in che occasioni si usa(va) 我 (wa, ware) per "io" e 我ら (warera) per "noi"?

    Ho sentito anche "ware-tachi", ma con meno frequenza.

     

    Io l'ho sempre sentito usare da maschi, e sempre in contesti "storici" (film e anime ambientati nel periodo Edo).

    Ma non ho mai capito secondo che regole veniva usato.

    L'idea che mi sono fatto è che sia piuttosto rude, al livello di "ore", eppure l'ho sentito usare anche in contesti formali (un sottoposto che parla a un superiore, per esempio).

    Tra parentesi, dovrebbe essere lo stesso ideogramma del pronome di prima persona usato anche nel cinese moderno, se non sbaglio...

     

    Esiste 'ware' e si scrive come 'wǒ' 我 cinese per 'io', cinese mandarino per lo meno che è l'unico di cui mi sia occupato. Che io sappia 'ware' è caduto in disuso, mentre permane 'wareware' per "noi" e anche 'warera' se non sbaglio.

     

    A proposito, usando 'ra' possiamo pluralizzare i pronomi di cui sopra, per esempio:

     

    Bokura (come nell'anime Bokura ga ita, "ci siamo stati", "c'eravamo")

    Orera

    Warera

     

    Mentre per 'watashi' e 'atashi' (le varianti formali) si preferisce 'tachi'.

     

    Oppure per "tu":

    Anata あなた-> anatatachi / anatagata

    Omae お前-> omaera

     

    Omae significa letteralmente "l'onorevole davanti", ovvero chi mi è di fronte, tu! Sarebbe l'equivalente di 'ore' usato per la seconda persona.

     

    A proposito di "tu", ricorrono spesso anche altri:

     

    Kimi 君 - Riferito a compagni di classe, amici, famigliari

    Kisama 貴様 - Sarebbe "tu bastardo", mi viene in mente ritorno al futuro quando George McFly dice a Biff "ehi tu porco levale le mani di dosso" dove "tu porco" sembra quasi una parola sola. Ecco.

    Temee 手前 - È la "volgarizzazione" di 'temae' ovvero "tu" (usando la lettera 'e' alla fine di certe parole possiamo trasformarle in parole molto informali o sconvenienti in un linguaggio cordiale, argomento che tratterò prossimamente). A essere sincero 'temae' non l'ho mai sentito, al contrario di 'temee'.

  6. Possibile che con questo forum perdo sempre quello che ho scritto? Se per caso premo alt e poi backspace mi torna indietro (giustamente) e mi cancella tutto quello che ho scritto (ingiustamente) (ed era tanta roba).

     

    Mi tocca scrivere tutto a word e incollarvelo qua.

     

    Vabbè, abbiate pazienza.

     

     

    Intanto bestemmio. (Giuro, ho paura a schiacciare i tasti che scompare tutto)

     

    http://oi60.tinypic.com/280t5c5.jpg

     

    Naniittendayo! - Frasi spiegate #Nonloso (mi viene voglia di fare queste cose di notte come i pipistrelli quindi siate clementi inoltre è la terza volta che lo riscrivo e ho voglia di rosicchiare la scrivania)

     

    Inizio col dire che nello screen non ho trascritto in giapponese そうだった ('sou datta'), che significa “era così” “è vero” “infatti”, che nei sottotitoli è riportato come “Hai ragione!”

     

    La prima cosa che vediamo è 俺 ore, che significa io. Ci sono molti modi di dire ‘io’, purtroppo.

     

    Watakushi わたくし - Formalissimo, per maschi e femmine

    Watashi 私 - Neutrale, usato da maschi e femmine

    Washi わし - Usato dai maschi anziani

    Atashi あたし - Per le femmine, neutrale

    Boku 僕 - Informale, usato dagli uomini

    Ore 俺 - Informalissimo e un po’ arrogante (nel senso meno rude del termine, non si tratta sempre di maleducazione), usato dai maschi e in sparuti casi dalle donne.

     

    Usate ‘watashi’ sul lavoro e ‘boku’ con gli amici e andate sul sicuro.

     

    Dopo ‘ore’ abbiamo ‘tachi’ che pluralizza. ‘Oretachi’ vuol quindi dire “noi”. In giapponese non esiste il "plurale" come da noi quindi quando si vuole intenderlo bisogna usare dei sistemi come 'tachi' oppure il raddoppiamento del sostantivo. (Vedi 人人 'hitobito', persone, uomini)

     

    Poi c’è il nostro ‘wa’ che ci dice di cosa si sta parlando: noi. Noi cosa?

     

    野球をする

    Yakyuu o suru

     

    'Yakyuu' significa baseball, ed è scritto con i caratteri di “campo” e di “sfera” e significa in effetti ‘pallacampo’! Seguito da ‘o’, che identifica il complemente oggetto, e dal verbo fare ‘suru’: fare il baseball, giocare a baseball. In giapponese al posto di “giocare” o “praticare” è sufficiente usare il verbo fare ‘suru’.

     

    Segue un sostantivo, ‘tame’, che significa “fine”, “scopo”, “proposito”. Si tratta quindi di una frase relativa: Il proposito di giocare a baseball. Subito dopo c’è un ‘ni’: AL fine di giocare a baseball. Che cosa abbiamo fatto al fine di giocare a baseball?

     

    ここへ来た

    Koko e kita

     

    ‘Koko’ ここ significa qui.

     

    Koko (kokó) - qui

    Soko (sokó) - lì

    Asoko (asokó) - là

     

    へ (he, letto ‘e’) è un’altra posposizione che non si legge come nelle parole, e si usa per costruire il moto a luogo. 来た è la forma passata piana del verbo venire quindi “koko e kita” significa semplicemente “siamo venuti qui”.

    E poi c’è ‘n da’, che vale ‘no da’, ‘no desu’ in forma cortese, ossia “è per questo che…!”, serve a enfatizzare.

     

    È per giocare a baseball che siamo venuti qui!

    Oretachi wa yakyuu o suru tame ni koko e kita n da!

  7. È sicuramente la sfumatura di aggiunta che 'ni' ha anche in 'sore ni'. Tra l'altro viene fatto un uso di 'no' che non è né un complemento di specificazione né un'interrogativa in forma piana.'no' in questo caso serve a rendere "imouto" (妹, sorella minore) una sorta di attributo (il complemento di specificazione, a dire il vero, è una costruzione attributiva) che fa diventare "Mei" (メイ) "sorella minore". Serve ad accorciare, come noi diremmo "è la mia sorellina Mei" invece di "è la mia sorellina e si chiama Mei". In quel "è la mia sorellina Mei", tra sorellina e Mei, noi "mettiamo" quello che ai giapponesi parrebbe un 'no' invisibile.

     

    Pensate ad esempio alla frase inglese "i didn't know you were a pilot" (non sapevo che fossi un pilota), gli inglesi mettono tra "know" e "you" quello che a noi parrebbe un "che" invisibile.

     

    :3

     

    Oddio... ecco dove avevo già sentito 'mei' in contesti famigliari... Mèimei 妹妹 significa sorella minore in cinese, fra l'altro... XD

  8. Ecco bravo, mi sono dimenticato di specificare che a differenza di to (che ha un valore piuttosto concreto), 'mo' è più astratto e può essere usato per elencare cose che non ci sono oppure che persone che non fanno qualcosa e cose di questo genere. 'To' serve più per esprimere il concetto di "insieme a".

     

    Per come ho sempre visto 'ya', si usa solo con i sostantivi.

     

    Ora che ci penso a 'to' su può aggiungere 'ka' (una particella che oltre a rendere una frase interrogativa può rendere qualcosa sospeso nel dubbio o nella domanda, tipo 'nanka' = nani + ka (cosa + interr.) = qualcosa) per ottenere un 'e cose di quel tipo'. Pasuta(pasta) toka niku(carne) ga tabemasen, ad esempio.

  9. 'ya' con 'nado' finale per le liste non esaustive (tipo d'estate mangio la pasta, l'insalata di riso ecc)

    'to' per le liste esaustive (in cui trovano posto tutti i termini di una lista, tipo in "chi preferisci tra me e lui")

    'shi' per coordinare una lista di aggettivi (omoshiroi shi, ...)

    '-te' per coordinare una lista di azioni o di aggettivi (tabete / omoshirokute)

    'mo' possiamo includerlo... non è sempre traducibile con "e", però è pur sempre una congiunzione che aggiunge (watashi mo = anche io, e io)

  10. Tra l'altro ora che mi viene in mente oltre alla forma citata da arkady18 'janai desu ka' esiste anche 'ja nai no ka', in pratica la forma cortese esclude il 'no' finale, ma la forma piana non esclude il 'ka' finale.

     

    E a essere sincero non saprei distinguere tutte queste forme al volo per poterle usare con disinvoltura.

     

    @_@

  11. Attenzione, il 'no' interrogativo e il 'no' enfatico sono due cose diverse. La forma 'no desu' è un conto, la forma interrogativa in 'no' è un altro. 'No desu' esprime il nostro "ma cos'è che...", "ma dov'è che..." "ma come, ma dove, cos'è che...", insomma queste costruzioni perifrastiche che aggiungono enfasi a delle semplici domande, ad esempio quando non si riesce a capire una situazione o si è molto incuriositi.

     

    Il 'no' interrogativo d'altro canto svolge la funzione di... interrogativo (per le frasi colloquiali).

     

    'Doko ni iru no desu ka' è una forma cortese. Non fatevi ingannare da 'iru'. 'Iru' è necessario per poter legare 'imasu' a 'no', e fare la costruzione enfatica. Non si può dire 'imasu no'. 'Doko ni iru no desu ka' significa "ma dov'è che sei?" "ma dov'è che è?" eccetera a seconda del contesto.

     

    'Doko ni iru no?' è colloquiale (infatti l'ultimo verbo è in forma piana!) e significa "dov'è?", mentre la forma enfatica di questa forma piana sarebbe 'doko ni iru no da?', o anche 'doko ni iru n da?'

     

    Ho usato 'ni' perchè essendo 'iru' un verbo di esistenza e ubicazione è preferibile 'ni', viceversa se fosse ad esempio stato 'doko de benkyoushite iru no?' (dove sta studiando?) allora va bene il 'de'.

     

    Spero di non aver scritto boiate da stomaco vuoto.

  12. Wi, wu, we, yi, ye in katakana non esistono, comunque il modo migliore è comunque quello di stare sul semplice, ad esempio 'quanto' se lo pronunci ha chiaramente un'approssimante bilabiale (w, infatti in fonetica si trascriverebbe qualcosa tipo /qwanto/), ma non scriveresti mai la sillaba ku + wa, ti limiti a ku + a. Ce ne sono di più, ma i buchi vuoti della tabella hiragana di norma non esiste in katakana (wi ecc). Quelli che invece sono al di fuori della tabella possono esserci nel katakana per le parole straniere (come va, vi, ti)

  13. E se non ricordo male non esistono altre parole giapponesi che hanno il wo dentro, c'è solo la posposizione, quindi non c'è rischio di sbagliarsi nella frase.

    ^ ^

     

    Esattamente! Inoltre, visto che siamo in tema, ricordo a tutti che le seguenti sillabe non esistono o non esistono più nel giapponese moderno:

     

    we - wi - wu - ye - yi - tu - ti - du - di - si - zi - va, vi, vu, ve, vo

    e hu esiste ma si legge quasi come 'fu'!

  14. http://oi58.tinypic.com/efmq7a.jpg

     

    Naniittendayo?! - Frasi spiegate! #4

     

    あなたは私を助けてくれているの?

    Anata wa watashi o tasukete kurete iru no?

    Mi stai aiutando?/Stai cercando di salvarmi?

     

    Partiamo dall'estremità finale della frase. Vediamo 'no' (posposizione di specificazione: mio = watashi no) usata in qualità di posposizione interrogativa.

     

    Nella forma cortese, di solito la particella interrogativa è 'ka' (doko e ikimasu ka? = dove vai?), mentre nella forma piana si usa più che altro 'no' (che sarebbe un obbrobrio se usata nella forma cortese, tipo: 'doko e ikimasu no?'... o per lo meno giurerei sulla mia famiglia che non ho mai sentito dirlo e soprattutto non avrebbe senso). In forma piana avremmo 'doko e iku no?' oppure, visto che come abbiamo già visto le posposizioni nella colloquialità tendono a cadere, 'doko iku no?'

     

    A differenza di 'ka', comunque, è necessario un punto di domanda o un tono interrogativo.

     

    Abbiamo visto nella prima lezione 'itte iru' che valeva 'sto dicendo/stai dicendo' eccetera, quindi una forma continuativa in -te + iru che ritroviamo anche qui: kurete iru.

     

    Kureru è un verbo "simpatico" quindi è sufficiente togliere 'ru' e aggiungere 'te' e abbiamo la nostra forma continuativa. Ma che cosa significa kureru? La traduzione dice: "Stai cercando di salvarmi?", tuttavia kureru non corrisponde a niente di ciò nella forma italiana. È un verbo che sta semplicemente a indicare un favore che viene fatto al parlante, e significa "dare", "concedere", "fare il favore di". E sottolineo che si riferisce al parlante: è quest'ultimo colui che riceve il favore quando si tratta di 'kureru'.

     

    Kureru comunque da solo non basta. Che tipo di favore? Quello di aiutarmi/salvarmi. Salvare si dice 'tasukeru' (un altro verbo "simpatico"), kureru ha bisogno di un'altra forma sospesa in -te... quindi avremo 'tasukete kurete iru': "mi stai facendo il favore di salvarmi" o più semplicemente "mi stai salvando/tentando di salvare"?

     

    Vi chiederete: posso omettere 'kureru'? Si potrebbe, pena una perdita di forma e di cortesia nella frase, e comunque kureru quando si tratta di parlare di favori o aiuti si usa tantissimo.

     

    Per il resto abbiamo due semplici posposizioni: una che si riferisce all'oggetto dell'azione (colui che viene salvato), ovvero 'watashi o' e una che si riferisce al tema della frasa, ovvero 'anata wa'.

     

    Attenzione: scrivo 'wa' e 'o' ma le due sillabe in questione sono 'ha' e 'wo': semplicemente, in questo caso 'ha', ovvero quando è posposizione, si legge 'wa', e 'wo' si legge sempre 'o'. (A meno che prima di wo ci sia un'altra o, in quel caso si marca leggermente un suono 'w' per distinguere le due sillabe).

     

    P.S. compiti di Guardian giusti. Tra l'altro sei l'unico coniglietto rosso che è nero... ho una diatriba interiore

  15. Vorrei ripassare la forma cortese e la forma piana. (sant'iddio doveva essere breve @_@ chiedo scusa, se sta roba vi annoia zompate. Perdonatemi ma è un periodo in cui mi annoio abbastanza e la cosa viene riflessa in quello che faccio. Sigh)

     

    Come ho detto i verbi "simpatici" e i verbi "lunatici" (e quelli irregolari) coniugano diversamente. La forma piana richiede che siamo a conoscenza di questi meccanismi.

     

    始めます

    Hajimemasu

    Cominciare (transitivo)

     

    始まります

    Hajimarimasu

    Cominciare (intransitivo)

     

    Ora qualcuno potrebbe chiedersi... aspetta, che vordì transitivo? Significa che la mia azione ricade su qualcosa. Hajimemasu significa cominciare qualcosa. Hajimarimasu significa cominciare, nel senso che qualcosa comincia.

     

    Ho scelto questi due verbi per illustrarvi due cose. La prima, che ricorre abbastanza frequentemente, è che la versione "lunatica" (hajimarimasu) di un verbo "simpatico" (hajimemasu) ne è la forma intransitiva. Una nozione a mio avviso piuttosto utile, visto che si applica a molti verbi.

     

    Secondo, in virtù di ciò, abbiamo due categorie verbali sullo stesso significato: cominciare. Analizziamo quindi la forma piana come promesso. Abbiamo già detto che è sufficiente togliere il -masu e aggiungere -ru... per i verbi "simpatici".

     

    始めます -> 始める

    Hajimemasu -> Hajimeru

     

    Stesso significato, forma piana. E con l'altro?

     

    始まります -> 始まる

    Hajimarimasu -> Hajimaru

     

    Abbiamo semplicemente mutato l'ultima vocale prima di -masu in 'u', Verbi del genere andrebbero memorizzati, ma dopo un po' è un procedimento che viene meccanico. Non avrebbe senso ad esempio porsi il dubbio se 'hajimemasu' possa diventare 'hajimu', un po' perchè vanno imparati a memoria (mi spiace!) un po' perché come abbiamo detto nella stragrande maggioranza dei casi la 'e' prima di 'masu' indica che siamo in presenza di un verbo a cui è sufficiente togliere -masu e aggiungere -ru. Questi sono i verbi 'ichidan', che hanno una sola radice (ichi) e alla forma piana vogliono sempre 'ru'.

     

    Ora il passato, in forma cortese e piana:

     

    始めました

    Hajimemashita

     

    始まりました

    Hajimarimashita

     

    Semplicemente, il -masu diventa -mashita. Ma nella forma piana, a 'hajimaru' succede qualcosa d'altro. Andiamo in fondo alla tana del bianconiglio.

     

    始めた

    Hajimeta

     

    はじまった

    Hajimatta

     

    Alla forma piana passata, i verbi che prima di 'masu' hanno 'ri' (proprio come Hajimarimasu), perdono 'ri' e invece del semplice 'ta' (che invece ha Hajimeta) si raddoppia in 'tta'. Hajimatta. Questa è la forma piana al passato.

     

    Ehi aspetta, Dragonsette, e le forme negative? Ecco quelle al presente cortese negativo.

     

    始めません

    Hajimemasen

     

    始まりません

    Hajimarimasen

     

    E ora... *rullo di tamburi* al presente in forma piana negativa.

     

    始めない

    Hajimenai

     

    始まらない

    Hajimaranai

     

    Cosa è successo alla nostra sillaba 'ri' di 'Hajimarimasu'? Non potendo farlo diventare 'hajimanai', dobbiamo includerla e cambiare la vocale 'i' in 'a', la vocale tematica del negativo in forma piana dei verbi 'godan' (go = 5, come 5 sono le vocali tematiche che questo tipo di verbi ("lunatici") acquista nelle coniugazioni).

     

    Manca ancora la forma cortese al passato negativo.

     

    始めませんでした

    Hajimemasen deshita

     

    始まりませんでした

    Hajimarimasen deshita

     

    E la forma piana al passato negativo:

     

    始めなかった

    Hajimenakatta

     

    始まらなかった

    Hajimaranakatta

     

    In pratica la forma passata negativa vuole '-masen deshita' al posto di 'masen' e 'nakatta' al posto di 'nai'. Bisogna ricordarsi che un verbo 'godan' ("lunatico") come Hajimarimasu vuole che si cambi la vocale della sillaba precedente -masu.

     

    Un riassuntino.

     

    Cortese (Hajimemasu)

    始めますHajimemasu 始めませんHajimemasen 始めましたHajimemashita 始めませんでしたHajimemasen deshita

    Hajimemàs, Hajimemasèn, Hajimemàshta, Hajimemasèn deshtà

     

    Piana

    始めるhajimeru 始めないHajimenai 始めたHajimeta 始めなかったHajimenakatta

    Hajiméru, Hajimenài, Hajimetà, Hajimenakàtta

     

    Cortese (Hajimarimasu)

    始まりますHajimarimasu 始まりませんHajimarimasen 始まりましたHajimarimashita 始まりませんでしたHajimarimasen deshita

     

    Piana

    始まるHajimaru 始まらないHajimaranai 始まったHajimatta 始まらなかったHajimaranakatta

     

    Più che una lezione, diciamo... è un glossario, una tabella senza... tabella. Difficilmente si impara in questo modo in una struttura di istruzione, comunque penso possa tornare utile. Di seguito altri verbi per i più affamati.

     

    Abbiamo parlato della sillaba 'ri', ma le altre come si comportano?

     

    Kachimasu, ad esempio, che è un verbo "lunatico" come si può intuire, non diventa 'kachu' alla forma piana ma bensì 'katsu'. 'Tsu' è il suffisso tipico dei verbi che alla forma cortese prima di -masu hanno -chi. Così come 'su' è il suffisso tipico di verbi che alla forma cortese hanno 'shi' prima di 'masu'. Potreste forse chiedervi perché non 'chu' invece di 'tsu'. A essere sincero non ne ho idea.

     

    Ovviamente le difficoltà non finiscono qui. Verbi che terminano in ku, gu (come naku = piangere, isogu = affrettarsi) hanno il loro passato in forma piana. Kaesu ne ha un'altra e yomu un'altra ancora. Ma per ora fermiamoci qua che è meglio.

     

     

    Compito a casa: fare la versione piana, piana negativa, piana passata e piana passata negativa dei seguenti verbi:

     

    Naorimasu (guarire)

    Tachimasu (stare in piedi/alzarsi in piedi)

     

    Non vi ho detto come si fa la negativa piana di un verbo che termina in 'tsu'... vi dico che non è 'katsanai' :D

  16. Boh, era una cosa divertente per me, poi se ritenete in tanti che non sia efficace lascio perdere. Un conto è se serve, un conto è se lo faccio per me e basta.

     

    L'intento è comunque quello puntualizzato da Flame, né più né meno. Vorrei dire comunque, sebbene le lingue siano la cosa più arbitraria e capricciosa della terra, che i "perché sì" non sono mai dei "perché sì" al cento per cento, ed è questa la cosa affascinante, che scavando come un matto (matto davvero) è possibile arrivare ai veri perché. Ma penso che ognuno veda dei "perché sì" un po' dove crede (io ad esempio li vedo nella storia... per questo la storia non mi interessa minimamente perché la vedo come una serie di decisioni prese arbitrariamente da individui che non mi riguardano da vicino... eppure se uno ci si sofferma, i motivi esistono).

     

    Altro punto da chiarire: non sono un guru del giapponese, purtroppo non è l'unica cosa che posso concedermi di studiare al momento. Non sono stato in giappone quindi quello che insegno è teoria, scienza, non pratica, anche se qualcosa di pratico ovviamente c'è.

     

    Per la questione di shiyou okay, ma perché mai avrei dovuto trattarlo in quel post? Non sarebbe stata un po' troppa carne al fuoco? Inoltre programmavo di vederla insieme ad altre forme intenzionali e programmate, come ad esempio 'tsumori desu' o 'yotei desu'. Di nuovo, non si tratta di "lezioni" ma di "approfondimenti per curiosi", se uno vuole partire dalle basi esistono miriadi di tutorial online (tra cui il mio :P) e con questo non voglio dire che la volitiva sia una base, ma che non c'è bisogno di andare in ordine, tanto, come abbiamo visto, vado in maniera piuttosto casuale, motivo per cui vi chiedevo poche righe sopra di dirmi se è il caso di cambiare strategia. Probabilmente lo è, ma come ha detto Flame ha i suoi pregi.

     

    Per rispondere a Guardian, non è naturalmente 'reba' l'unica forma di congiuntivo, se così vogliamo chiamarlo, ma esistono altre tre costruzioni "se": 'nara', 'ta ra', 'to' (ebbene sì). Le scopriremo simpaticissimamente nelle lezioni a venire.

     

    Ah poi mi si chiedeva di shiyou in contrapposizione a sureba ii... beh, non credo c'entri molto il sesso del parlante, perchè dovrebbe? Non si tratta di una forma onorifica, o educata, o più "soft", ma semplicemente di un'altra costruzione che vuole dire un'altra cosa, sebbene come precisato da arkady18 si possa usare esattamente nello stesso contesto. Dou shiyou significa "che cosa faccio/facciamo adesso?" mentre dou sureba ii significa "che cosa dovrei/dovremmo fare?".

  17. http://oi59.tinypic.com/30t5k74.jpg

     

    Naniittendayo?! - Frasi spiegate! #3

     

    Una frase molto ricorrente a mio parere:

     

    どうすればいい?

    Dou sureba ii?

    Pronuncia: Doo surebà ìi?

     

    Cominciamo dal semplice. いい (ii) significa "buono", "bene", "che va bene".

     

    どう (dou) è un modo di riferirsi al "come", specialmente in relazione al "fare": "come fare". In generale le parole interrogative iniziano con "d" ('donata', 'donna', 'dou', 'doko', 'dare'), questa nello specifico si riferisce al come, al cosa, dove per esempio 'donata' e 'dare' si riferiscono all'identità delle persone: "chi?"

     

    Rimane すれば (sureba). Si tratta di un verbo, il verbo fare. します (shimasu) in forma cortese, する (suru) in forma piana. すれば ne è la forma "congiuntiva": se facessi, se facessimo, e così via. La forma del 'se', una forma di condizione che può essere tradotta anche all'indicativo come vediamo qua sotto. Proviamola anche con altri verbi!

     

    Mangiare, se mangiassi (se mangio)

    たべる、たべれば

    Taberu, tabereba

    Tabéru, taberebà

     

    Perdere, se perdessi (se perdo)

    負ける、負ければ

    Makeru, makereba

    Makéru, makerebà

     

    Visto che non siamo all'università mi piacerebbe che mi passaste uno o due termini. Dovremmo chiamare questo verbo un verbo 'ichidan', nel senso che ha una sola radice che non cambia mai nelle coniugazioni. Essendo un tipo di verbo facile da coniugare, lo chiamerò in questo post "simpatico". Che significa tutto ciò? Che è sufficiente togliere 'ru' (る) dalla parola per avere la nostra radice su cui effettuare i cambiamenti desiderati: たべ (tabe). A questa aggiungamo il suffisso per verbi "simpatici" '-reba' e abbiamo la forma "congiuntiva".

     

    Viceversa, con i verbi cosiddetti 'godan', argomento che potrei aver trattato in precedenza, e che qui mi piacerebbe chiamare "verbi lunatici", dobbiamo cambiare l'ultima vocale prima del suffisso. Per esempio:

     

    泳ぐ、泳げば

    Oyogu, oyogeba

    Oyògu, oyogebà

    Nuotare, se nuotassi (se nuoto)

     

    Mentre per i verbi "simpatici" dovevamo togliere 'ru' e aggiungere 'reba', ora dobbiamo cambiare la 'u' verbale in 'e' e semplicemente aggiungere 'ba'. Ora una semplice frase molto casuale, per capire:

     

    泳げば治る

    Oyogeba naoru

    Se nuoti, ti curi

     

    Come distinguiamo un tipo dall'altro? Domanda molto intelligente, alunni. Con tutta probabilità, se prima di '-masu' c'è una lettera "e" (come in tabemasu (mangiare), sutemasu (gettar via), nigemasu (fuggire), hajimemasu (cominciare (transitivo!))) allora sarà un verbo "simpatico". Se invece abbiamo altre vocali (oyogimasu (nuotare), kaerimasu (ritornare (a casa)), kachimasu (vincere), machimasu (aspettare), allora è molto probabile che sia un verbo "lunatico".

     

    Veniamo a 'sureba', perché ancora non abbiamo detto a quale delle due categorie appartenga.

    La forma cortese è 'shimasu', quindi saremmo portati a dire che sia un verbo "lunatico"... in realtà è un verbo irregolare! Alla forma piana fa 'suru', e non 'shiru', e in ogni caso si comporta esattamente come 'taberu': taberu -> tabereba, suru -> sureba.

     

    A questo punto possiamo provare a tradurre letteralmente la nostra frase iniziale どうすればいい?.

    Un approccio potrebbe essere quello di tradurla come "come, se facessi, sarebbe buono?" e da qui la raffiniamo sempre di più:

    "cosa, se lo facessi, andrebbe bene?"

    "cosa dovrei fare, che vada bene?"

    "cos'è bene che io faccia?"

    "cosa dovrei fare?"

     

    Con questa discesa siamo passati da una frase che conteneva tutto il significato richiesto dalla traduzione ma peccava clamorosamente di forma se letta da un italiano! Adattandola abbiamo quindi un semplicissimo "cosa dovrei fare?"

     

    In caso ve lo stiate chiedendo, non esiste una forma cortese di 'tabereba' oppure 'oyogeba', dovendosi attaccare praticamente sempre ad altre cose, non esiste una forma cortese che è invece riservata al verbo finale. Per esempio, la forma cortese di 'dou sureba ii?' non è qualcosa del tipo 'dou surebamasu ii?" (l'orrore XD), ma bensì 'dou sureba ii desu ka?"

  18. http://oi59.tinypic.com/2d18ox1.jpg

     

    Naniittendayo?! - Frasi spiegate! #2

     

    その住所には綱手さんという方が住んでいます

    Sono juusho ni wa Tsunade-san to iu kata ga sunde imasu.

    Sòno giùuscio ni uà Tsunàde-san to ìu kàta ga sunde imàs.

     

    Ricostruiamo a ritroso (la frase giapponese funziona al contrario!)

     

    住んでいます

    Sunde imasu.

    Vive, abita.

     

    Dal verbo 住む住みます (rispettivamente 'sumu' e 'sumimasu', in forma piana e cortese) che significa "vivere, abitare". Lo troviamo qui nella sua forma continuativa, ovvero quello formata dal verbo nella sua forma sospesa in -te/-de e il verbo di esistenza imasu/iru/ru. "Sta abitando", letteralmente. Orrendo in italiano, dove preferiamo "abita".

     

    Ora ci serve un soggetto.

     

    方が住んでいます

    Kata ga sunde imasu.

    Una persona abita.

     

    (kata) è un carattere abbastanza polivalente, in questo caso è una forma cordiale di intendere una persona. Dopo kata vediamo un (ga), una particella che identifica quel qualcosa su cui ricade l'azione o che mette in atto l'azione.

     

    Ad ogni modo, la frase così ha ancora poco senso. Andiamo avanti. Drizzate le antenne che ora vi presento la frase relativa.

     

    綱手さんという方が住んでいます

    Tsunade-san to iu kata ga sunde imasu.

    Abita una persona di nome Tsunade.

     

    Attenzione! Abbiamo esaminato poco fa la particella が, che definisce l'entità attorno a cui ruota un'azione, e ora abbiamo trovato と (to), un'altra posposizione molto importante che definisce, in generale, ciò che viene detto! È un po' come quando in italiano diciamo: "La mamma ha detto di lavare i piatti", e non semplicemente "La mamma ha detto lavare i piatti".

     

    Quindi, 'to iu', essendo 'iu' il verbo dire, ci dice che ciò che viene prima è ciò che viene detto, che viene inteso. Quindi, 'Tsunade-san'. Di conseguenza, 'Tsunade-san to iu' significa "dire Tsunade, chiamare Tsunade, essere detti Tsunade, chiamarsi Tsunade".

     

    Eccola che arriva, la relativa: immaginate che questo 'Tsunade-san to iu' sia un aggettivo. Un aggettivo che esprime la qualità di chiamarsi 'Tsunade'. Chi è che ha questa qualità? Una persona, il 方 (kata) di cui parlavamo prima. 'Tsunade-san to iu kata ga sunde imasu'. "Una persona CHE si chiama Tsunade abita".

     

    Non abbiamo ancora finito, ovviamente.

     

    住所には綱手さんという方が住んでいます

    Juusho ni wa Tsunade-san to iu kata ga sunde imasu.

    All'indirizzo abita una persona chiamata Tsunade.

     

    Di nuovo, ha poco senso. Ma comincia ad averne sempre di più. Ora abbiamo introdotto un complemento di luogo e un altro paio di posposizioni. Per cominciare, 住所 è l'"indirizzo". 住所に sarà quindi "all'indirizzo", essendo に (ni) una posposizione che svolge la funzione di preposizione 'a' 'al' 'alla' eccetera. は, per concludere, non fa altro che dirci qual è il tema della frase. In questo caso, l'indirizzo. Quale indirizzo?

     

    その住所には綱手さんという方が住んでいます

    Sono juusho ni wa Tsunade-san to iu kata ga sunde imasu.

    A quell'indirizzo abita una persona chiamata Tsunade.

     

    Conosciamo infine その (sono), aggettivo dimostrativo che vale "quel" "quello" "quella" "quegli" "quelle". Si differenzia dal suo pronome corrispondete それ (sore) per il fatto che ha bisogno di qualcosa dopo. E infatti c'è, è l'indirizzo.

     

    Pare essere tutto. Ho cercato di spiegarvi la relativa, so che è un'impresa perché prima di arrivare a quei lidi ci vuole un po' di gavetta, ma ho fatto del mio meglio perché sono sicuro che si possa arrivare a comprendere. Spero si sia capito.

  19. 「Nani itte n da yo」がいい方ですね、言語学には。しかし、「Naniittendayo」はきれいだと思いますし、あまり読みにくくなかったと思いました。私が作った名前です、正しくないですけど!。日本語より読みにくくないですよね  :smile:

     

    Il succo per i non yamatologi: Naniittendayo non è corretto, è solo il nome che ho voluto dare alla rubrica! Non avendo i giapponesi lo spazio ci ho voluto un po' giocare su.

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